L’’importante è fare cultura e informazione

Ma come può fare allora il consumatore ad orientarsi? Vogliamo aiutarlo?

 Il punto è che viviamo in un mondo complesso, dove il cibo è l’emblema massimo di questa complessità e risposte semplici a domande complesse non ci sono. Meglio, ripeto, il biologico che arriva dall’Argentina, o il prodotto “chimico” sotto casa? Non c’è una risposta giusta, se non: meglio il biologico che arriva da sotto casa – e se non c’è dobbiamo costruire le condizioni perché ci sia. E chiaro che questo non può valere per tutti i prodotti, vedi il caso del caffè. E ancora: se il prodotto è bio, è buono, è fatto sotto casa, ma con lavoratori clandestini “in nero”, vengono prima i diritti dei lavoratori o quelli dell’ambiente? Vengono tutti e due insieme. Ecco perché il nostro motto,“buono, pulito e giusto”, non è mai diventato un’etichetta di prodotto o un brand, ma continua ad essere, per noi, il modo più efficace per definire questa complessità. Faccio altri due esempi: non è mica vietato da nessuna legge coltivare tutta la Puglia a grano biologico certificato, radendo al suolo gli ulivi. Ma sarebbe un disastro ambientale. Oppure, fare biologico e comprare i semi dalle multinazionali: se non liberiamo le sementi la sostenibilità alimentare non è garantita. Per rispondere alla domanda: non c’è soluzione, l’unico modo di orientarsi è “tornare a scuola”! Per impegnarsi a costruire dei percorsi virtuosi ciascuno deve sforzarsi di non essere mero consumatore, ma co-produttore. Nel frattempo, mentre ci si esercita in questa direzione, se si trova una certificazione biologica, qualche grado di garanzia in più indubbiamente la si ha. Ma bisogna evitare il consumatore passivo, quello che, come fino a ieri comprava i grandi marchi perché si fidava, oggi passa a comprare passivamente il biologico certificato perché si fida. Non è questa la soluzione. Dobbiamo acquisire la pazienza e la capacità di “fare lo slalom”, andando all’essenza delle cose e imparando a leggere complessità e contraddizioni. Bisogna, insomma, farsi gli anticorpi. All’ultimo Salone del Gusto abbiamo lanciato le “etichette narranti” proprio per stimolare una maggiore trasparenza, attraverso il racconto del produttore, di chi è e cosa fa. Fin che la legge obbligherà a inserire in etichetta solo le cosiddette “informazioni obbligatorie”, ma niente più di quello, dovremo sopperire noi. Verrà infatti, presto, un giorno in cui i consumatori non saranno più soddisfatti della sola certificazione, ma vorranno sapere di più. Serve dunque, innanzitutto, fare cultura e informazione.

Questo è un brano tratto da un intervista a Burdese comparsa su greenews. Sullo stesso sito, è analizzata la relazione tra le certificazioni e l’uso di nuove etichette creative per identificare l’origine dei prodotti. Se in  Vini e cibi “liberi”. Dalla semantica e dalle certificazioni si entra nel merito delle parole e del loro significato semantico è l’argomento nel suo insieme che è un pallino di Ciboprossimo. Informare. E’ questa la nuova frontiera che abbiamo a disposizione con Internet ed è su questa che dobbiamo lavorare. E’ solo l’aumento della coscienza del consumatore che può indurre il produttore a cambiare le sue abitudini e quando questo è avvenuto altri consumatori saranno stimolati a fare altrettanto. Co-produttori non si nasce ma lo si diventa in un processo di co-evoluzione a cui si può solo partecipare.

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