Giuseppe Oglio visita guidata alla risaie di Cascina Casalina

Giuseppe Oglio

Giuseppe Oglio visita guidata alla risaie di Cascina Casalina

Giuseppe Oglio è dinoccolato, disorientato, un fiume in piena di parentesi alla Philip Roth, distratto e concreto. È un flusso anti-coscienziale che parte dalle mani e dai gesti. Una prossemica della comunicazione fatta di retaggi, di nomi concordanti e di nomi infestanti su cui, a volte, sono costretto ad assentire con la testa per paura della mareggiata. Un passato dicotomico tra due educazioni: quella del padre e quella dello zio. La prima improntata alla rettitudine, alla coscienza morale e al costume, la seconda, manco fosse un David Bowie californiano con i Kraftwerk di Autobahn nell’autoradio, marchiata dall’illiceità e dal tabù. []

Cascina Casalina è in Lomellina, una zona agricola nella provincia pavese dove si coltiva grano, riso e farro. Giuseppe Oglio da giovane era iscritto alla facoltà di agraria: voleva conoscere i metodi di coltivazione chimici e biologici. Scoprì suo malgrado che l’unica conoscenza sull’agricoltura rimasta nelle università era relativa all’utilizzo dei prodotti chimici, anche nel biologico, e decise quindi di lasciare l’ateneo per provare a fare da sè.
Quando era iscritto all’università infatti seguiva alla lettera le indicazioni date dai tecnici ma non riusciva a far nascere niente nei suoi campi: i trattamenti, costosissimi, si susseguivano senza risultati e lui si ritrovò in breve senza soldi.
Per una questione di sopravvivenza decise di fare un ultimo esperimento: piantare i semi che aveva senza ascoltare nessun altro parere. []

Il primo anno le piante sono deboli ma Giuseppe Oglio è determinato a non concimare per vedere come la natura riesce a organizzarsi, e riprova. Il secondo raccolto è migliore, le piante iniziano ad adattarsi al suolo. La grande sorpresa è che i campi non sono omogenei: alcune piante sono più alte, altre più piccole, con radici profonde. «Le prime — spiega— avevano radici superficiali ed erano cresciute di più perché aveva piovuto molto. Quelle più basse, con radici profonde, si sarebbero adeguate al clima secco». Nei suoi terreni si stava formando una popolazione diversa per colore, dimensione, sapore e valore nutritivo. In cinque anni, lasciando fare alla natura, Giuseppe è passato da un raccolto di 5 quintali per ettaro a 30. Il seme, nel tempo, ha imparato a nutrirsi e Giuseppe, non spendendo in concimi, fungicidi e semi, è andato in pareggio con le spese e ha arricchitola sua conoscenza. []

L’agricoltura naturale e la Permacoltura cercano di ricollocare i prodotti agricoli nei terreni d’origine. Si utilizza “il Principio Naturale” per il quale un campo, abbandonato dopo anni crea il bosco, partendo dalle fasi più semplici iniziali vegetative. E’ importante conoscere quale legame esiste tra speci superiori come querce, abeti, pioppi, rovi ecc. e le speci precedenti più semplici. Essere consapevoli che esiste una pianta se esiste il sistema animale-insetto. Il sistema piante-animali-insetti permette agli esseri viventi qualunque siano, vegetali o non, di svilupparsi in equilibrio con la Natura. L’uomo deve individuare fino a che punto la natura gli crea gratuitamente il cibo vegetale o animale che sia.Un agricoltore che lascia fare alla natura toglie buona parte di lavoro e fatica, rispettando maggiormente l’ambiente.Il contadino è solo costretto a seminare nell’epoca giusta, con il clima adatto e con la semente adatta all’energia del tipo di terreno che dispone. []

La sua teoria era che interagendo col terreno e l’ambiente in cui si trovano le piante ne assumono le caratteristiche energetiche e gli incroci ad opera dell’uomo, conferendo formazioni diverse dall’impronta genetica originaria, indeboliscono il chicco che così manipolato perde tutta la sua forza non sapendo più quale informazione seguire e non riconoscendo facilmente il luogo in cui vive. Gli agronomi di fronte alla perdita di energia dei semi avevano trovato come unica soluzione la concimazione, sia organica che chimica, ma questo non risolveva il problema alla base: da lì l’idea di “Laboratorio a cielo aperto”. “Ho capito che insieme, terra, piante e uomo, se fanno bene la loro parte, diventano una potenza”. []

Pensiero lampo: un campo di carote è il Campo per le carote (ad ogni terreno la sua coltura); semina a spaglio; il diserbante per il mais è il mais stesso, così, a parità di condizioni meteorologiche, per tutte le infestanti; il chicco originario del riso conteneva vitamina C (ecco un’interessante analisi con cui procedere…); i cereali, se coltivati armonizzando con piante erbacee, prendono e rilasciano gli aromi (vedi un suo straordinario orzo perlato con retrogusti mielati di camomilla…); per inselvatichire una coltura ci vuole tempo, assenza di aratri, tempo e integrazione; il patrimonio genetico dei semi antichi è quello che rende gli stessi più forti e più adatti. Tutto questo lavoro si può riassumere in agricoltura selvatica. Con rispetto verso la terra ma senza ideologia. []

 

“Natural farming will not save the world. But it can feed poor families,” he said. []

Quello che avete letto è un patchwork delle tracce che esistono in rete degli incontri con Giuseppe Oglio. Volendo dare a tutti l’opportunità di incontrarlo alla conferenza HEALTH, EARTH & AGRICULTURE, LA SALUTE DELL’UMANITA’ ATTRAVERSO LA RISCOPERTA DELL’AGRICOLTURA NATURALE, mi è sembrata una buona idea raccoglierli tutti qui nella speranza che questo lavoro contribuisca ad aumentare il loro posizionamento su google nell’interesse di tutti

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