Raetia Biodiversità Alpine

Solina è una parola che,  fino a poco tempo fà, solo una piccola nicchia, ed alcuni vecchi Abruzzesi conoscevano. Grazie però all’attività di ricerca, tutela ed incentivo alla produzione di varietà autoctone abruzzesi svolta dall’ARSSA, unitamente alla caparbia volontà di una decina di produttori, concentrati soprattutto nella provincia dell’’Aquila, nasce il Consorzio dei Produttori di Solina d’Abruzzo. I consorziati hanno deciso di puntare sulla qualità e le tipicità legate al loro territorio, rinunciando alla logica delle produzioni di massa per distinguersi così da un mercato sempre più standardizzato e globalizzato. D’altra parte, la bassa produttività di queste colture è compensata da qualità uniche. Per capirlo basta sentire il profumo ed il sapore del pane preparato con la farina di Solina.  La Solina è una varietà di frumento tenero (Triticum aestivum) ad habitus nettamente invernale (non può essere seminata in primavera), coltivata in molte zone ad agricoltura marginale della regione Abruzzo, dove trova la sua collocazione ottimale. La sua frugalità la rende inoltre adatta alla coltivazione con i metodi dell’agricoltura biologica, in quanto non richiede elevati apporti di azoto e, grazie alla sua taglia ed alla sua capacità di accrescimento, riesce a competere con le erbe infestanti, non rendendo così necessario il ricorso al diserbo chimico. In particolare la caratteristica più apprezzata è la sua costanza produttiva, che in passato, garantiva l’alimentazione e quindi la sopravvivenza delle famiglie. In alcuni detti popolari si esaltano le elevate caratteristiche organolettiche di questo frumento; infatti, si sostiene, a ragione, che “quella di Solina aggiusta tutte le farine”. Ancora oggi la bontà e la genuinità della Solina sono riconosciute da numerosi agricoltori che, a dispetto delle varietà moderne e delle loro caratteristiche produttive, ritengono di non potersi privare del sapore e del profumo del pane e della pasta ammassati con questo tipo di cereale.  Il Grano Solina d’Abruzzo per diventare farina e mantenere inalterato tutto il suo profumo e le sue proprietà viene macinato a pietra da esperti Mugnai, proprio come una volta, questo garantisce un prodotto altamente artigianale, ricco di fibre e di valori nutritivi. Dall’ inizio del 2013, la Solina inizia entrare anche nelle pizzerie abruzzesi, Valerio Valle infatti si è offerto promotore di questo prodotto 100% Italiano e 100% Abruzzese, proveniente da agricoltura biologica certificata, a basso impatto ambientale e conservato nel suo stato originale. Dopo aver provato il gusto della pizza fatta con la Solina, Valle ha deciso che era un vero peccato non far conoscere questo gusto tipico regionale, a tutti gli abruzzesi e gli amanti del mangiar sano e genuino. [continua…]

Non essendo un vecchio abruzzese ho sentito la parola Solina per la prima volta venerdì quando, raggiunto Patrizio Mazzucchelli nella sua oasi Raetia Biodiversità Alpine tutto intento a pacciamare con del fieno andato male un piccolo pezzo di terra, gli ho chiesto che cosa il suo amico, attivista rurale e trattorista, stava seminando in quel campo. “Il grano di Solina, quello che rende buone tutte le farine!!!” mi ha risposto prontamente. Il grano che? E lì ha preso la parola Franco, del Gruppo di Acquisto Solidale di Sondrio, con cui avevo parlato lungamente a tavola mentre provavo il RISC FOOD e mi ha raccontato che Patrizio stava seminando quel grano, nel terreno di Raetia Biodiversità Alpine,  su sua richiesta, che avrebbe pagato lui il lavoro dell’attivista rurale  trattorista perché volevano vedere se il Solina veniva su anche a Teglio. Mentre Giorgio con il suo potente mezzo finiva velocemente di lavorare la terra Marzio, il figlio di Patrizio, era da due ore che, su ordine del padre, lavorava lentamente il campo affianco, perché la segale doveva essere messa giù più in fretta possibile visto che  i 38 quintali che avevano prodotto l’anno prima non sarebbero stati sufficienti per Cleto per fare ripartire la produzione di pane da quest’anno, giù nel suo forno a Ponte. Mentre mi raccontavano di come una volta questi terrazzamenti erano tutti gialli, che non c’era un rovo e che loro, in una decina d’anni, sono passati a gestirne dai 700 metri quadri iniziali ai quasi 15 ettari di adesso, non potevo non vedere che la serra era tutta circondata da alti pali.  Si lo so che sono brutti: li ho pitturati di verde per attenuare l’impatto ma ieri sera a quest’ora c’erano 70 cervi che mi guardavano, e non posso lasciargli le nostre varietà orticole come cibo. Se non avessi ricoperto la terra adesso, subito dopo avere seminato, sai quanti semi di Solina sarebbero rimasti dopo il passaggio degli uccelli? A proposito vieni a vedere che devo mettere via dell’orzo nudo o orzo mondo! Sai, quando ad  Erschmattper iniziare a coltivarlo, gliene avevo chiesto qualche chilo, visto che solitamente ne metto giù 10 chili ogni mille metri quadri, mi hanno detto se ero matto. Me ne  hanno dato 300 grammi visto che rappresento la fondazione per la protezione dei semi Pro Specie Rara, altrimenti il massimo me ne dava i canonici 150 grammi.  Adesso dopo 4 anni di duro lavoro abbiamo allevato 15 chili di semi e finalmente possiamo produrre in modo significativo. Sai che cos’è questa?  E’ un pélorsc di canapa che ha 60 anni. Una volta la ricchezza dei contadini era direttamente proporzionale alle grandezze delle loro perlosc. Vedete le strisce colorate? Sono noce, castagno e iperico che hanno donato le loro essenze per rallegrare il bianco sporco della canapa.  Tirano fuori gli strumenti tradizionali e Patrizio e Marzio prima battono l’orzo, poi lo passano al setaccio e quindi lo mettono via facendomi notare che è proprio nudo e quindi ha il pregio che non deve essere pilato. Il tutto con quella naturalezza e velocità che nasce dalla coscienza che la la praticità originaria ha ancora un fondamento economico.  Appena finito Greta inizia a portarmi in giro per l’orto e con un entusiasmo contagioso inizia a raccontarmi di ogni singolo arbusto. Nel primo pezzo pacciamato c’è la rapa del fevrer che gli hanno regalato ad uno scambio di semi a Sant Antonino. Nel secondo, l’aglio rosso di Nubia che viene da presidio Slow Food mentre le carote gniff, che si trovano nel terzo, proprio non si ricorda dove le ha prese. Tra il primo e il secondo ci sono due arbusti piuttosto alti. Sono due piante di goji che fanno però semi uno dalla forma allungata e l’altro più tondeggiante. Nella serra, tra seminagioni diverse troneggia un cavolo nero toscano che è lì unicamente per raccoglierne i semi. Chiama Marzio e gli chiede se gentilmente mi trova delle patate blu nel campo appena arato. Arriva scusandomi che non ha trovato le blu di Valtellina ma solo quelle di Svezia. Dopo avere assaggiato qualche foglia del finocchio perenne e appreso le zone di origine, incluso il giardino di una sua carissima zia, di un pò di salvie diverse, cala il sole e arrivando un po di freddo ci salutiamo dandoci appuntamento da lì a poco nelle biblioteca della Cederna a Ponte. A proposito tra poco tutto quel ben di dio verrà riordinato e potrete gustarvelo tutti sotto il nome di Giardino della Biodiversità. E’ inutile dire che vi consiglio caldamente una visita.

Alle 21.02 entriamo io e Gianmario nella sala gremita. Mi sono sentito in colpa per i due minuti di ritardo.  C’erano 29 / 30 persone. Tutti i protagonisti della giornata e molte altri, che lo sarebbero diventati da li a poco tramite le loro storie. L’obbiettivo dell’incontro, molto pragmaticamente, era di sapere quante terre è possibile avere a Ponte e dintorni per coltivarle in modo diverso dalle mele, che attualmente sono la monocultura chimica cittadina. In breve spuntano appezzamenti di terreno qua e là e i proprietari sono disposti a cederli in comodato gratuito. Altri si propongono per iniziare la carriera di contadino. C’è chi mette il suo ristorante per comprare quello che verrà prodotto. Al forno pronto per il pane di segale se ne aggiunge un altro in un altro paese. I Gruppi  di Acquisto Solidale raccontano che già per il caffè hanno iniziato a prepagare la produzione per rendere indipendenti dal sistema finanziario i contadini e sarebbero disposti ad intervenire anche qua. Gli agricoltori di Ponte presenti erano tutti produttori di mele. Hanno dichiarato la loro disponibilità a fare della strada insieme sperimentando nuove colture. Non credono nei cereali ma sono curiosi di percorrere nuove strade nell’ortofrutticolo. Si ricorda che Ponte non ha produzione orticola e che questa è continua e redditizia. Intervengono due ragazzi che non abitano più lì da molto e portano la loro esperienza bolognese e calabrese come Genuino Clandestino e come i mercati Campi Aperti. Patrizio parla dei semi  che è in grado di mettere a disposizione. Di quante terre potrebbero passare facilmente a segale e grano saraceno di specie autoctona. Insomma quando si inizierà ad avere in valle i pizzoccheri fatti con il grano di Teglio proprio come si beve il vino di qualità della valle? Si parla di prezzi, di biologico e infine si torna nella sostanza a Solina, all’inizio di quest’articolo, ovvero alla necessità per tutti di tornare a valorizzare i prodotti che identificano Ponte per fare in modo che questi siano il motore di una nuova economia. Che dire tutto stupendo, ma quando poi mi sono ricordato che, nel pomeriggio passando di casa in casa e spesso per telefono, tutti monitoravano i commenti di un post  fatto la mattina sulla pagina Facebook della loro associazione Punto Ponte, pronti a difenderne il contenuto andando di persona al bar in centro, mi è affiorata quella pace che viene solo quando ti trovi nei posti dove ti senti a casa.

Patrizio ci ha scritto: chi volesse contattarci per info o visite ai terrazzamenti Retici da noi coltivati può scriverci al nostro indirizzo e-mail: raetiabiodiv[at]gmail.com
Se richiesto gli invieremo le nostre liste di produzioni delle piantine della biodiversità alpina in vaso per orti o balcone e la lista delle produzioni da consumo, farine di grano saraceno autoctono, segale autoctona, frumento alpino Fiorina, orzo in grani, patate  e cavoli antichi delle Alpi. La maggior parte delle produzioni sono certificate dalla Fondazione Svizzera Pro Specie Rara.

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