Patate in Val D’Arigna

Eravamo in Umbria proprio davanti al banchetto dell’Azienda Agraria Fernando Corbacelli quando abbiamo ricevuto la telefonata di Patrizio e Greta che ci avvertivano che l’indomani nel pomeriggio sarebbero andati Val D’Arigna perché, da fonte sicura, avevano appreso che c’era un signore anziano che aveva la patata con il nome della valle. Non potete mancare: la stiamo cercando da sette anni ed è un’occasione unica. La mattina dopo, alle quattro, siamo saliti in macchina e alle undici eravamo in Valtellina e quasi puntuali nel tardo pomeriggio ci hanno presentato il protagonista di tanto sforzo. Patrizio e Greta che avevano setacciato la valle da anni hanno iniziato a parlare con il signore e per farla breve abbiamo appreso che la patata aveva una storia molto meno antica ed a occhio e croce era una patata contemporanea di specie: desiree, ma non la Patata di Val d’Arigna! La ricerca quindi continua con la speranza di non aver perso definitivamente un’altra biodiversità Alpina. Siamo andati al campo e la scena era consona al tempo che ha fatto quest’anno. La pioggia aveva distrutto tutto il raccolto e dove l’anno precedente erano stati raccolti 280 chili di patate quest’anno non verrà raccolto quasi niente. Erano quasi tutte marce.

Mentre eravamo lì Patrizio inizia a trafficare con dei frutti verdi. All’inizio avevo pensato che erano pomodori ancora verdi. Facendosi gioco di me mi ha ricordato che le patate sono delle solonacee e che è quindi normale che assomiglino ai pomodori. Il punto è che sono poche quelle che fanno i frutti e che quando ci si trova in questa condizione possiamo raccoglierne i semi e quindi riprodurle partendo da questi.

Si aspetta che la pianta sia giunta a maturazione e inizi ad appassire (ma non sia ancora secca!). Si raccolgono le bacche che, da verdi, dovrebbero nel frattempo essere diventare gialle (senza, però, essere ancora rinsecchite), si lasciano asciugare qualche giorno, quindi si aprono e, con un colino da the sotto l’acqua corrente (o con l’aiuto di un frullatore a bassa velocità) si liberano i semi dalla mucillagine che li avvolge e li si ripone all’ombra, fino a quando sono bene asciutti, e poi in un sacchetto.
A primavera si seminano in un semenzaio, un po’ fitte. Quando le piantine sono alte 10-15 cm si trapiantano in terra (10/15 cm sulla stessa fila; almeno 40 cm tra una fila e l’altra): produrranno tuberi piccoli come ciliegie o acini di uva; potranno anche essere diversi l’uno dall’altro perché (a differenza di quello che accade con la riproduzione attraverso i tuberi) sono frutto di incrocio, e alcuni avranno caratteri presi dalle piante progenitrici se si sono incrociate attraverso il polline, e alcuni potranno anche retrocedere nella memoria genetica fino ai progenitori selvaticiInsomma, si potrebbe anche trovare un arcobaleno di piccoli tuberi di diverse forme e colori: ciascuno di essi sarà un nuovo individuo differente dagli altri e, riprodotto negli anni successivi per tubero (e non più per seme) potrebbe diventare una nuova varietà. [Fonte…]

Patrizio ha raccolto un pò di frutti li ha messi nelle mani dell’anziano signore quasi a indicare il nuovo inizio per la patata di Arigna.

Siamo passati sull’altro lato della Valtellina, quello al sole, dove c’è Teglio il comune in cui vivono Patrizio Mazzucchelli e Greta Roganti, di Raetia Biodiveristà Alpine, e ci hanno portato in giro per patate. Abbiamo iniziato dal loro “campo grande” un appezzamento di terreno che diventa ogni anno più grande grazie alla presa in carico della gestione di pezzetti di terreno dei vicini. Da una parte il grano saraceno coltivato con i semi autoctoni protetti da ProSpecieRara dall’altro dei campi incolti pieni di erbacce. Greta scavalca il fosso e inizia a scavare: sorpresa è pieno di patate blu di Valtellina. Le stanno coltivando per ottenere patate da riproduzione. Oggi Patrizio toglierà quelle erbe che hanno protetto e sono vissute in simbiosi con le patate sottostanti. Separate da un’appezzamento non loro c’è ne è un altro con sotto le patate wisner di Wiesen e blu di Svezia e molte dorifore contente di avere di che mangiare.

Lasciamo questo luogo che domina Teglio dall’alto e ci avviamo al loro “vivaio”. Di questo posto da sogno abbiamo già parlato ma ogni volta riserva sorprese non solo a visitatori saltuari come noi. Patrizio ci chiama e sotto la palizzata, nel lato dove tramonta il sole inizia a scavare. Una patata trasfuga dell’anno prima si è riprodotta: uno spettacolo. E’ una blu di Svezia e le patate che ha generato da un anno con l’altro dovrebbero farci pensare alla potenza che ha la terra di donarci cibo se solo la rispettassimo e le rendessimo omaggio. Attraversiamo gli alti filari di fagioli e Greta individua, sotto la pacciamatura, un’altra trasfuga. Questa volta dal blu passiamo all’arancione: è una patata Parli. Guardate voi quante ne ha tirate fuori con soddisfazione dal terreno. Queste chiaramente sono pronte per essere mangiate e verranno portate a casa.

Uscendo dalla parte recintata raggiungiamo il “muro” che protegge i campi dal piano stradale e Patrizio inizia a parlarmi di un’altro esperimento che sta facendo: coltivare le patate sotto la paglia. Assomiglia all’idea di coltivare le  patate sotto il cartone che il buon Furloni sta facendo nel suo orto sinergico. Spostando un pò di terra saltano fuori prima la patata Rosewall e manco a dirlo la solita Parli.

Che dire, quel tubero che salta fuori ovunque in tante forme e colori, sia pronto per la riproduzione che pronto per mangiare, dà veramente il senso della potenza della natura e dell’intelligenza dell’uomo quando collabora con essa. Ma le sorprese non erano finite. Tornando alla serra proprio sotto il telone, Patrizio ravanando di fianco ai grani tira fuori un’altro secchiello bianco e subito afferma che c’è un problema con l’acqua. Non capendo bene il senso della frase rimango un attimo basito, ma subito vengo rassicurato: voglio farti vedere quanto sono blu queste patate di Valtellina!! Sono così grandi che le porterò in giro per fare vedere quanto sono strane le forme con le quali le troviamo   quando scaviamo per estrarle dalla madre terra. E’ una sorpresa continua che vorremmo che tutti provassero.

 

 

 

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