Vittorio Capelli

“Contadini e complici”: un dialogo con Ermanno Olmi

Ermanno Olmi – La prima cosa che mi pongo come domanda di avvio è ‘Perché tu oggi sei qui oggi a farmi a queste domande? Perché venti anni fa non pensavamo affatto di porci domande così?’ Perché in alcune scelte che sono state compiute nell’immediato dopoguerra noi abbiamo intrapreso un discorso che ritenevamo giusto, e soprattutto che avrebbe modificato tutta la nostra condizione precedente, ancora legata ad un mondo ottocentesco. Infatti l’Italia, pur essendo un Paese abbastanza sviluppato nelle moderne attività dell’economia, era prevalentemente un Paese agricolo. Tanto che lì si compiuta la prima scelta che poi ha portato a questa situazione: abbiamo creduto di più nell’industria che nella natura. Il mondo contadino si era svuotato. Addirittura si era arrivati al punto che le fanciulle non sposavano più un contadino: voleva dire rimanere legati ad un passato che non si voleva più vivere. E quindi subentrò questo con una prepotenza e un’immediatezza che hanno soltanto i grandi fenomeni epocali, una sorta di tsunami. Tutto il mondo correva verso un futuro tecnologico:  tra l’Expo del 1906 dove i Krupp presentarono i loro cannoni, le due guerre di cui quei cannoni erano stato l’annuncio…. Essendo il mondo agricolo disertato dalle nuove popolazioni, compaiono le macchine per le grandi coltivazioni estensive (modernizzazione dell’agricoltura). Mentre si celebrava, a distanza di quaranta anni (1906-1946), l’anno dopo la guerra, si attenuava la presenza del mondo contadino e trionfava il mondo meccanico. Questo mondo meccanico che avrebbe provveduto a soddisfare tutte le nostre esigenze secondo un obiettivo molto preciso: la ricchezza. 

Vittorio Capelli

L’Europa si era ormai convinta di questa certezza: diventavamo tutti ricchi. E la nostra vita era cambiata completamente. Pensate che dal sogno della bicicletta si era arrivati alla motoretta, all’auto e a tutto il resto. Con la convinzione piena – e anche giustificata, in quel contesto – che il denaro avrebbe risolto tutti i problemi compreso quelli affettivi. Vale a dire se hai denaro partecipi a questa sorta di banchetto della vita dove mai più la povertà avrebbe intaccato la nostra esistenza, e la gioia del possesso delle cose era già una risposta a tutte le domande di affettività: e questo è stato un grande inganno. Perché eravamo convinti che avendo sconfitta la povertà gli affetti sarebbero stati più grandi di prima, perché non avevamo la preoccupazione di pensare a cosa avremmo avuto da mangiare, a come era quest’anno l’andamento della terra e così via. Eravamo rassicurati a tal punto da dire che anche i nostri sentimenti sarebbero stati garantiti dal denaro. Ma non è stato così: lo capiamo adesso dopo aver compiuto tutto il percorso, facendo tutti i tentativi possibili per dare al denaro questo potere di renderci felici. Io non vorrei mai pronunciare questo nome, ma il berlusconismo è l’estremizzazione di questo concetto: comprate e sarete felici. Nell’arco della mia vita sono stato molto fortunato perché ho vissuto nell’infanzia l’Ottocento (il Novecento, prima della guerra ultima, in Italia era Ottocento). Dopo di che ho vissuto il secondo Novecento e sto vivendo il 2000, che sono stati il tempo delle grandi e stupefacenti tecnologie – e di fatto queste cose stanno accadendo, ma  tutta questa disponibilità di risorse non ha risolto il problema delle affettività. E noi sappiamo benissimo che più diventi ricco e più ti accorgi di non avere affettività e più ti incazzi perché ‘Ma come? Sono ricco e non sono felice?’. Allora non possiamo che fare un bilancio da perdenti. Però l’esperienza della ricchezza non l’avevamo mai provata. Adesso, dopo 60 anni e più, sappiamo che non è la ricchezza che potrà creare una società civile che vive armoniosamente sia tra il genere umano, sia tra l’umanità, ma è la terra che è la casa di tutti. Che cosa dobbiamo fare a questo punto? Quando nel ’78 feci L’albero degli zoccoli io credevo di fare un ritratto non solo verosimile, ma quasi una narrazione della realtà che stava finendo del tutto. Quella cascina, quelle cose… ero convinto che ‘ecco, bisogna che faccia questo film per ricordarci com’era il mondo contadino, la civiltà rurale’. E tenete conto che la civiltà rurale è l’unica civiltà compiuta, le altre son tutte civiltà provvisorie: quella industriale, quella tecnologica, quella informatica. Adesso pensiamo che al di là del computer non ci sia più niente. Credevo che L’albero degli zoccoli celebrasse la fine del mondo contadino. Invece no. Celebrava il monito che la natura gettava in faccia all’uomo: ‘Sai cosa stai facendo? Lo Sai? Sai l’offesa che stai procurando alla tua stessa vita?’ – perché noi dipendiamo dalla terra. Trovandoci di fronte a questo baratro (e sappiamo che oltre non possiamo  andare perché è la fine) cosa bisogna fare? Nell’evoluzione della terra si è passati dai primi microrganismi che uscivano dal mare e poi alla costituzione di mondi che sono falliti perché il tentativo era sbagliato, e quindi i dinosauri… la natura ha elaborato la ricerca dell’armonia e adesso noi viviamo in una condizione dove possiamo diventare complici dei fenomeni naturali con uno scambio che, nel mito della cultura mediterranea, si può rifare alla fine del diluvio, dopo che i mari coprono tutta la terra: Noè torna fuori all’asciutto e pianta la vigna. Bene, cosa possiamo fare in questo momento di pratico per poter programmare questa uscita dall’arca quando il diluvio ritira le sue acque? Da che cosa ricominceremo se non dalla vigna e dal primo colpo di zappa? Allora, per fare questo noi dobbiamo prima aspettare che le acque siano ritirate del tutto. Infatti la colomba esce più volte, e solo quando finalmente porta il ramoscello puoi dire che si può cominciare a dare il colpo di zappa. Dovremmo fare questo percorso a ritroso. Nel momento in cui abbiamo compiuto la scelta tra stare dalla parte della natura o della ricchezza, noi adesso non possiamo partire dalla soglia del baratro e andare a trovare quello che avremmo dovuto trovare se fossimo stati accorti nel fare la nostra scelta. Dobbiamo tornare indietro fino al momento in cui si sono divise le due prospettive di vita. Dobbiamo tornare indietro – diciamo al ‘46 per intenderci nel tempo breve, ma in realtà ancora più lontano, alla radice; ma tornando indietro, non facciamo l’errore di buttare via tutto: mentre torniamo indietro, in realtà, iniziamo a fare un passo avanti recuperando il filo della storia.

Giorgio Ferraresi – A questo proposito posso forse richiamare una immagine che avevi proposto in un altro nostro incontro, proprio per esprimere questo nuovo inizio dal cuore antico. Dicevi: stiamo cambiando casa e quindi non solo si buttano via le cose usate, ma tre esse si sceglie e si portano con noi le poche cose che abbiano riconosciuto essenziali vivendo nella vecchia casa e che ci aiuteranno a vivere nella nuova.

Ermanno Olmi – Bravo, perché sarebbe stupido ora dire che da oggi ci rivestiamo tutti da contadini. No, il nuovo contadino deve sapere cos’è il ‘bosone di Higgs’. Prima il contadino faceva un atto di fede nei confronti del mistero che stava sotto la zolla. Non sapeva come e perché la semente dava poi un piccolo granello od un albero. Non sapeva, ma aveva fede perché ciò era già avvenuto e sapeva che sarebbe ancora accaduto. Oggi l’uomo cambia la sua natura e diventa l’uomo consapevole. Consapevole del bene e del male. Quando si affronta il problema del cibo, oggi l’uomo ha il dovere di esser consapevole della bontà di un frutto e discernerlo dal simil-frutto dell’industria alimentare. Si scontrano, in questo momento storico, il gigantismo dell’industria alimentare fatta con tutti gli apparati chimici e il bisogno di tornare all’origine del cibo. Guarda, non mi interessa la parola ecologico, ma mi interessa “naturale” vale a dire “come la natura lo esprime”. Di là, nell’altra stanza, sono rimaste le ultime meline, io ho sempre quelle meline brutte. C’erano in natura più di 150 tipi di mele che soddisfacevano l’esigenza del nutrimento per tutto l’anno, perché le ultime potevano esser conservate in una stanza fresca e le prime arrivano già a fine maggio. Presso il brolo del palazzo ducale di Mantova dei Gonzaga (dove poteva capitare di essere asserragliati per molto tempo) vi erano stanze che garantivano tutta la frutta e verdura per gli abitanti del palazzo. Quando si trattano le questioni della nutrizione, del “nutrire il pianeta”, si sentono un mucchio di idiozie da parte di molti ‘competenti’. E l’idiota non è il cretino; l’idiota secondo l’etimologia è colui che si auto-isola e non gliene frega niente del mondo. E molti ‘esperti’ sono idioti perché si ritirano ancora dentro alcune certezze che sanno benissimo che non sono più certezze. Per esempio la presunzione di creare sviluppo agricolo incrementando la capacità di produzione quantitativa di cibo senza alcun valore; scordando che la base dl valore del cibo è la biodiversità, che produce la differenza dei gusti ed i caratteri delle qualità locali. Per questo la melina è così importante e la si può proporre come simbolo di un nuova/antica agricoltura.  Ma ritornando al discorso dell’uscita dall’arca, ricordo che nell’arca c’erano gli animali e c’era anche l’orto: Noè si è era preso di tutto un campionario, e quindi noi oggi dobbiamo essere davvero convinti e fiduciosi che abbiamo ancora la possibilità di raccogliere ancora tutto questo campionario. Quindi non tutto è andato perduto, e possiamo riprodurlo per il presente ed il futuro con la nuova consapevolezza che abbiamo costruito proprio nell’esperienza delle scelte sbagliate fatte nella storia.

Giorgio Ferraresi – Se proponi queste immagini, queste metafore (‘uscire dall’arca’, ‘cambiare casa’),  stai dicendo qualcosa che non è nel senso comune ma che conferma ciò che si affacciava  nella introduzione al nostro colloquio: questo riemergere di agricoltura contadina non significa solo il riproporsi in sé di queste forme del coltivare e scambiare i beni alimentari (forme artigiane fondate sul lavoro diretto, prodotti locali, cura e rigenerazione della terra), ma rappresenta anche il seme di una messa in discussione dei valori e dei ‘codici della modernità’ che in agricoltura hanno generato l’agroindustria e la distruzione del mondo rurale, e che in generale hanno pensato la propria civiltà fondandola sulla ‘ragione strumentale’ del produrre in serie cose in forma di merci, ed hanno considerato il territorio come una piattaforma per questi tracciati mercantili competitivi e le loro funzioni e come suolo per l’urbanizzazione (il cui valore è in sostanza immobiliare). Un modello che nasce dalla prima industrializzazione nel Settecento inglese, che si riconosce come modello universale nei primi decenni del Novecento e che, a partire dal secondo Novecento, produce la grande modernizzazione che tu hai richiamato. L’agricoltura contadina è quindi il seme di un ricominciamento radicale, tracce di ricostruzione ‘primaria’ di nuovi modi di vita e di valorizzazione del territorio, in morte di quel modello dominante: una nuova forma di ricchezza. Ma attorno a questo nodo strutturale del ridare vita al ‘valore territoriale’, quale cambiamento fondamentale si mette in atto quando ci si pone in relazione viva con questo riemergente mondo contadino? Si può riconoscere come centrale la trasformazione dei rapporti tra le persone, tra i soggetti sociali che spartiscono il pane che nasce dal contadino coltivare con cura il territorio? E che diviene cooperazione, affidamento reciproco, un’altra ragione, comunicativa e non solo, o non più strumentale? In questi processi infatti (in alcune filiere dirette alimentari in particolare) non solo muta la natura e la struttura della domanda sociale e dell’offerta contadina sulla base del valore d’uso e della qualità dei beni; ma si esprime anche un’etica della relazione intersoggettiva oltre il mercato competitivo. Principi e pratiche che costruiscono ‘un comune’, tracce di comunità; e determinano forme sociali di patti fiduciari, pratiche solidali e democratiche interattive, ed espressioni di ‘sovranità’: sovranità alimentare e costruzione del territorio bene comune. Credo che questo abbia a che fare con la ricostruzione della ‘affettività’, come tu hai definito ciò che abbiamo perduto: è così?

Scienze del Territorio

Quello che avete letto è solo una parte del resoconto che Laura Colosio ha fatto dell’incontro avvenuto tra Giorgio Ferraresi ed Ermanno Olmi. Vi invito assolutamente a leggere il testo completo dell’intervista pubblicata nel primo numero della rivista Scienze del Territorio: Ritorno alla Terra della Società dei Territorialisti che verrà presentata tra poco in un convegno a Milano.

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