La sovranità alimentare: un principio forte, complesso, discriminante

Il convegno “Expo: nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali?” è stato un vero successo: un pubblico di 400 persone, tra chi ha trovato posto nella Sala Alessi e in una saletta adiacente all’interno di Palazzo Marino e quelli che hanno seguito i lavori in streaming, ha ascoltato con attenzione e interesse per quattro ore gli interventi appassionati e documentati dei vari relatori. [Segue…]

In rete ho trovato le note di Giorgio Ferraresi lette in quell’occasione e mi è sembrato giusto usarle come  testimone da passare ad un’altro evento che si terrà in Cascina Cuccagna la settimana prossima dal titolo Sovranità Alimentare a Milano. Incontro pubblico con la rivista “Ritorno alla Terra”. Tutti  dettagli di questo evento li troverete sul sito Produrre e Scambiare Valore Territoriale.

Sovranità Alimentare a Milano -Convegno Expo multinazionali

La rilevanza del concetto di sovranità alimentare

Nel quadro mondiale che vede il tema del cibo e della nutrizione assunto come questione fondamentale nelle politiche e più complessivamente il riemergere dopo una eclissi plurisecolare della questione agricola come problema nodale e critico del modello di sviluppo, si possono leggere i termini essenziali del confronto /scontro in atto su questi temi emergenti tra diverse linee di politiche e culture. tra diversi soggetti e movimenti sociali e tra contrapposti sistemi di bisogni e di interessi. Si coglie in particolare in modo ricorrente e sempre più esplicito un cuore ed un soglia decisiva del confronto, attorno ad una opzione centrale assunta o rifiutata: una posta in gioco nel tavolo mondiale ed in quelli locali..

Questa opzione fondamentale in gioco la possiamo riconoscere nel principio di ” sovranità alimentare”. Una opzione che può essere definita come “l’affermazione del diritto dell’umanità al cibo fondato sulla autodeterminazione dei popoli nei loro territori”
Una opzione forte che costituisce una discriminante nel modo di concepire il “nutrire il pianeta” di fronte alle sue interpretazioni riduttive, settoriali o peggio affaristiche, mercantili, eterodirette nei tavoli dei poteri globali e che già vive nei percorsi di molti movimenti nel mondo e nel nostro contesto. Sulla quale però è necessario un percorso di interpretazione (ed in parte anche di “risignificazione”) per coglierne il senso profondo, la complessità e il peso strutturale e per comprenderla come “matrice consapevole” di proposte ed azioni. In questo percorso la Sovranità alimentare che riguarda direttamente il cibo, il nutrire il pianeta, assume anche un significato paradigmatico, quale seme di un modello di generale conversione ecologica di economia e società e di rigenerazione di ambiente e territorio .

Quali i pilastri di questa opzione? Si propone di definirli nei punti seguenti.

La discriminante essenziale tra “Sovranità” e “Sicurezza” alimentare

Questo primo pilastro (il più basilare e concettualmente elementare) non richiederebbe altre parole oltre le già dette; se non continuasse a presentarsi come una centrale contraddizione in campo non risolta, che inquina, con il ricorrente e prioritario riferimento alla “sicurezza”, gran parte delle politiche pubbliche e delle azioni di forza dei poteri globali . E quindi richiede che una breve ma ancora più netta definizione di questa dicotomia vada ribadita comunque.

L’approccio della “Sovranità alimentare”, come sopra definita, è una concezione ulteriore e profondamente diversa rispetto alla “Sicurezza alimentare “ che, considerata in sè, si riduce al concetto (e ad una insostenibile prassi) di mera disponibilità di un prodotto alimentare deprivato di caratteri di qualità e di origine e di conoscenza e controllo del processo di produzione. Una “commodity” quindi nel mercato mondiale delle merci, come di fatto accade nei processi dominanti della grande produzione agroindustriale e della grande distribuzione organizzata che omologano e impongono i prodotti, distruggendo contestualmente le basi endogene e locali della riproduzione e fruizione del cibo (terre, saperi, saper fare). E si può anche affermare che una accezione sostenibile di sicurezza alimentare non possa che discendere, come uno dei suoi esiti virtuosi, da un processo di Sovranità alimentare.

Sovranità Alimentare a Milano -locandina

Sovranità alimentare e neoruralità; i codici della via contadina come paradigma

La Sovranità alimentare si concepisce e si realizza nel quadro di un nuova agricoltura: una “neoagricoltura” o meglio una “neoruralità” (un concetto ed una esperienza più complessi, un ciclo di plurime attività, una cultura, un mondo) che ridefinisce la sua natura e il suo ruolo succedendo, in sostanziale alternativa, alla grande “modernizzazione” dell’agricoltura del secondo dopoguerra (agroindustriale, ad alta intensità di capitale e basso impiego lavoro, fortemente tecnologizzata e chimicizzata per un forte incremento quantitativo della produzione, con rilevanti esiti di omologazione dei prodotti e di degrado della terra del territorio).

La neoagricoltura si connota diversamente proprio nella cura e la riproduzione della terra fertile (che è anche la base della rigenerazione dl territorio) e si fonda sul lavoro contadino e su una produzione di cibo di “qualità locale ed ambientale ”. Che valorizza quindi i caratteri distintivi della terra e dei suoi frutti nei diversi luoghi, la biodiversità, i diversi saperi incorporati nel territorio; e che fornisce cibo sano e appropriato per la vita in modo sostenibile (produzioni biologiche, biodinamiche…si propongono in crescente misura). E ciò avviene in una relazione diretta con una domanda ridefinita come espressione di bisogni e “volizioni sociali” che perseguono la qualità del vivere.
In tali termini si esprime la “sovranità alimentare”: nella costruzione consapevole e condivisa di un intero processo; ove la produzione di cibo è al centro nella sue qualità e origini riconosciute e volute.
Si riconosce che nell’emergere di queste nuove forme di agricoltura nella loro relazione con i bisogni sociali si esprimono codici di trasformazione radicale dei fondamenti elementi delle economie date:

  • la natura della domanda (socialmente determinata nel senso suddetto);
  • la qualità dell’offerta (locale ed ambientale) e della stessa “ragione” del produrre
  • le modalità dello scambio e del mercato ( modalità dirette e cooperanti, solidali).

Trasformazioni alternative che in particolare leggiamo nelle filiere corte “deintermediate” tra produttori e consumatori nelle diverse forme degli acquisti solidali, dei mercati contadini e in altre forme più aggregate che possono svilupparsi (come il rapporto con la ristorazione collettiva).
Quindi semi di “altra economia” che si colgono nella “via contadina” ma che assumono valore paradigmatico (si ritorna su questo concetto) e possono estendersi potenzialmente al complesso delle economie, oltre queste esperienze, mantenendone il senso e il segno.
Ma non si tratta solo di altra economia; piuttosto di un’altra “socio-economia relazionale” che coinvolge e responsabilizza i soggetti in campo proprio in un’esperienza di sovranità.
Si può comprendere allora che nel cuore di questi processi si esprima anche una profonda trasformazione antropologica nelle relazioni che si instaurano tra gli esseri umani e con la terra/ territorio: il primato dei mondi di vita, della razionalità comunicativa, della cura.

Quindi questi i codici della neoruralità, delle sue alleanze e della sovranità che esprimono. assumono ulteriormente quel valore di paradigma, di matrice di modelli socio-economici culturali e territoriali, ambientali.

Sovranità alimentare, “bene comune territorio” e “sovranità ambientale”

Su questa base si pongono già elementi di un nuovo ciclo di valorizzazione territoriale e ambientale di cui proprio questa antropologia delle relazioni solidali, tra abitanti e produttori in particolare, è l’elemento costitutivo del “bene comune territorio”. Non tanto quindi l’esistenza in sé di un patrimonio territoriale (che, come si vedrà in un altro punto seguente, può essere degradato, sommerso o morente) ma il processo di riattivazione di questo patrimonio, nella sua scoperta, ricostruzione o nuova produzione e nella condivisione e fruizione, appunto comune. In questo sta la concezione “relazionale ed attiva” del bene comune, che si pone oltre il pubblico ed il privato e risiede in una agibilità e disponibilità operativa condivisa (tra gli attori) della terra e del territorio per la produzione e lo scambio di cibo e per la fruizione di ambiente.
Qui si vuole sottolineare che in tali processi si esprime anche una sovranità che riguarda il quadro generale ambientale e territoriale.

La sostenibilità non si esprime soltanto come una qualità del prodotto e del processo di produzione ma anche nello strutturale compito di governo e trattamento responsabile dei cicli ambientali che la neoruralità si assume nel processo sovrano di produzione e scambio di beni primari,
Si configura così una “sovranità ambientale” unita alla capacità di produzione e disponibilità del bene comune territorio. Si potrebbe anche utilizzare il termine più comprensivo “sovranità ambientale e territoriale”, cui si preferisce non ricorrere per non ingenerare fraintendimenti, dato che il significato usuale del termine “sovranità territoriale (sovranità nazionale et similia) è altro e qui del tutto estraneo. Meglio associare (appunto) il termine e il concetto assai più pertinente di “territorio bene comune”.

Il governo ecologico dei cicli ambientali e i processi di rigenerazione territoriale si traducono in forme di sovranità che si correlano strettamente alla sovranità alimentare e si connettono alla neoruralità come “matrice primaria” della conversione ecologica (non solo quindi produzione di cibo).
In ciò si esprime anche una ridefinizione dello stesso concetto di sostenibilità che non si riduca più solo a introdurre limiti, alla conservazione / difesa passiva dell’ambiente, ma che assuma un suo contenuto progettuale e valorizzi responsabilmente la risorse ambientali (ché tali sono) immettendo in campo programmi e pratiche attive, azioni e processi rifondativi, di natura appunto strutturale, di altro valore territoriale; soprattutto attraverso quella “attività primaria”. E qui sin si intende “primaria” in una accezione densa che esprime elementi primi di “ricominciamento”, di nuovo inizio, fondativi di un altro modello produttivo economico, culturale , sociale che sulla ecologia del produrre e la cura dei cicli ambientali si fonda.

Il rispetto dei codici della neoruralità e dell’agricoltura contadina divengono d’altra parte vincolo e indicatore di sostenibilità nella produzione di energie rinnovabili (eoliche,fotovoltaiche, idriche e da biomasse) e dell’uso responsabile di altre risorse ambientali ; che sono sostenibili solo quando si integrano nel ciclo dei processi di coltivazione non appropriandosi e distruggendo le risorse endogene del territorio che la nuova agricoltura presidia e valorizza.  Questa è la condizione per cui le stesse energie rinnovabili non diventino anch’esse “land-grabbing” e produzione di degrado.

Il nodo del “valore territoriale” alternativo e la messa in discussione dei codici della modernità dell’urbanesimo “sovrano”

Il concetto di un altro “valore territoriale”, chiamato in causa più volte nei punti precedenti come correlato ai processi neorurali e di sovranità alimentare e ambientale, merita di essere ripreso e specificamente definito, perché si tratta del fondamentale “mutamento strutturale” che quei processi (pure anch’essi definiti come “strutturali in senso molteplice) hanno determinato e costruito. Quando si riattiva l’agricoltura in nuovi termini, si rigenera la terra nelle sue relazioni con il contesto sociale e ambientale viene rimesso al mondo un soggetto territoriale (il suolo agricolo, gli spazi aperti, e i sistemi ambientali connessi) che riacquista la sua consistenza e il suo valore. Un “valore aggiunto territoriale” che su quella socioeconomia neorurale/ambientale si fonda, un valore proprio, endogeno, economico e non solo, come si è visto.

In tal modo questo territorio esce dal suo stato di riduzione a puro suolo disponibile per gli insediamenti (e le funzioni ed i flussi di merci) che l’urbanizzazione “sovrana” determina: una piattaforma espansiva il cui valore è essenzialmente solo il valore immobiliare di rendita prodotta da quelle funzioni e destinazioni.

Il principio fondante di questa riduzione a mero “suolo di rapina” (in cui perdono significato e vengono sommersi o distrutti caratteri patrimoniali storici ed elementi identitari) è determinato dalla dominanza (non a caso si è usato il termine “sovrana” in negativo) del modello vincente della “modernità” espresso dall’urbanesimo industrialista e poi postfordista ed finanziario / globalista ; che si è imposto a partire dalla prima industrializzazione inglese del settecento e quindi si è diffuso in occidente e nel mondo. Un dominio dell’urbano che aveva ed ha al centro del suo DNA il veleno della distruzione del mondo rurale; che ha tra i suoi antecedenti generativi la “recintazione” delle “terre comuni” (agricole).
Questa lettura del significato del “valore aggiunto territoriale” indica da una parte ed immediatamente una strada maestra nell’affrontare nella sua radice il consumo di suolo non contando solo su approcci normativi, regolativi, giuridici di vincolo/compensazione urbanistica di cui si e detto e di cui ben si sa la debolezza di fronte ai poteri della rendita urbana; mettendo invece od inoltre in campo questa alternativa di valore economico, sociale, culturale, che ha la forza del contendere con quei poteri.

Ma inoltre e in una prospettiva di scenario dobbiamo farci consapevoli che si sta mettendo in discussione il modello della sovrana dominanza di “quell’urbano” fondato sul consumo ed il degrado del territorio. E riconoscendo il ritorno in campo dell’agricoltura e del mondo rurale nella storia in nuovi / antichi termini; verso un progetto di “nuova alleanza tra città e campagna” ripensando la stessa concezione della città. Un recupero della “profondità e qualità” dell’urbano in alternativa alla bulimia dell’urbanizzazione diffusa distruttiva della stessa città . Ridando alla città il suo territorio ed al territorio fertile ed al sistema ambientale la sua città.

Questo (nel cuore dell’utopia) sta già succedendo, nelle pratiche vive anche se “deboli”, nei semi in campo della sovranità alimentare e delle sue diverse espressioni: quando ad esempio in un semplice gesto un cittadino scopre il cibo contadino e istituisce un patto di fiducia dentro relazioni di scambio solidale.

Si può infine sottolineare ancora che questi processi in campo, fondamentali, generativi, ci danno un’indicazione su quali siano i soggetti che si debbono coinvolgere per promuovere un altro modo di nutrire il pianeta, cominciando dall’assumere la propria responsabilità diretta nel territorio che abitiamo.

Giorgio Ferraresi

Fonte Costituzione Beni Comuni

Trovate tutti gli altri atti del convegno Qui

2 pensieri su “La sovranità alimentare: un principio forte, complesso, discriminante

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