La Sovranità Alimentare in una “nuova alleanza tra città e campagna”

L’obiettivo della sovranità alimentare a livello globale deve necessariamente fare perno sul suo perseguimento a livello locale.
Questo non solo per una questione di coerenza complessiva, ma per definizione.
La S.A., infatti, è praticabile solo se, progressivamente, diventa patrimonio dei popoli ed attuata dappertutto localmente, limitando (non eliminando) di conseguenza l’import/export (vedi Vandana Shiva con Navdanya) per realizzare innanzitutto la sicurezza alimentare dei popoli stessi.
E’ su questo piano che il DESR sta agendo, promuovendo filiere agroalimentari dalla produzione al consumo, capaci di costruire concretamente nel Parco Sud (il più grande parco agricolo d’Europa) una agrobiodiversità, che deve necessariamente stare alla base di qualsiasi percorso di sovranità alimentare, e improntate alla sostenibilità sia ambientale che economica.
In sostanza qui si propone un ulteriore livello per costruire neoagricoltura, che non si limiti, ad esempio, ai mercati contadini, in quanto essi, specie se non sono frutto di una partecipazione dal basso come i Gas (esempio positivo è quello della rete gas di Rho), costituiscono una cosa utile, ma di per sé non sono una soluzione.
Non dimentichiamo che i piccoli agricoltori difficilmente riescono a fare anche i commercianti, specialmente se vogliono conservare la loro identità contadina.
I mercati devono essere uno strumento finalizzato a strutturare percorsi di filiera per fare uscire dalla nicchia e dalla episodicità il movimento del consumo critico e di una neoagricoltura, che non dà, di per sé, certezze ai contadini, ma ha bisogno di organizzazione, di concretezza, di continuità, di consapevolezza sulle prospettive di cambiamento sociale.

 


Per poter parlare di “nutrire Milano” in un processo tendenzialmente “sovrano” occorre trasformare il modello colturale prevalente attuale della campagna milanese (monocolture intensive essenzialmente di tre produzioni: riso, mais e latte) in diversificazione delle coltivazioni (agrobiodiversità) modificando il modello stesso in direzione della sostenibilità (ambientale ed economica) e basato sull’agricoltura contadina (proposte di Via Campesina e Sem Terra)
In concreto nel Parco Sud (con sconfinamenti nel parco del Ticino e nella campagna lodigiana) sono attive o si stanno costituendo le seguenti filiere:

­ filiera del grano, del formaggio, ortofrutticola, del miele, dei legumi, della carne

Per filiera intendiamo, ottimalmente e a regime, una strutturazione della relazione tra i vari attori che compongono il processo, a partire dalla produzione in campo fino al consumo finale.
Tale strutturazione è basata su “patti” (preferibilmente scritti in specifici protocolli) che , anche sul modello delle Amap francesi (associazioni per il mantenimento dell’agricoltura contadina), delle CSA americane o inglesi (Community supported agricolture), delle comunità agricole tedesche fino alla cooperativa agricolas Arvaia di Bologna (vedi Altreconomia n. 169 marzo 2015) impegnano i produttori, i trasformatori (quando presenti), i consumatori organizzati (in Gas o Gasp o presenti in forme cooperative) nella produzione e nell’acquisto.

In questo modo si realizzano:

  • ­ certezze per il contadino basate sulla pianificazione in campo con drastica diminuzione o eliminazione pressoché totale degli sprechi
  • certezze per il consumatore sul prodotto che ha ordinato, in qualità e quantità
  • relazioni non solo commerciali (economia delle relazioni) basate su conoscenza diretta e fiducia
  • costruzione di percorsi cooperativi tra produttori e tra produttori e consumatori, che vanno tendenzialmente a sostituire le connotazioni competitive del mercato tradizionale
  • prezzi tendenzialmente codeterminati,nel tavolo di filiera e per la filiera, sfuggendo al meccanismo della domanda e dell’offerta e della speculazione finanziaria
  • governo dei costi eliminando la separatezza e la concorrenza tra attori di filiera tipiche del mercato (oggi, fatto 100 il prezzo finale, 17 rimane alla produzione, 23 alla trasformazione, il 60 alla Grande Distribuzione – logistica, intermediazione e vendita), con ciò realizzando più reddito per la produzione e prezzi accessibili (sostenibilità economica)
  • garanzia di modelli colturali e produzioni ecosostenibili (certificazione biologica di parte terza o sistemi di garanzia partecipata)
  • sperimentazioni capaci di verificare le colture più adatte al territorio, lavorando alla reintroduzione di produzioni rese residuali dalla rivoluzione verde degli anni ’60
  • partecipazione diretta dei cittadini, attraverso i Gas almeno, ai processi decisionali sulle produzioni alimentari e relativi modelli colturali
  • a seconda dei settori produttivi si realizzano poi anche obiettivi più generali, quali la progressiva emancipazione dei contadini dalle industrie sementiere dell’agrobusiness (es.: filiera del grano)
  • sullo sfondo rimane la possibilità di adozione di monete “di filiera”, riportando al suo valore d’uso il denaro (mezzo di pagamento) e favorendo lo scambio economico interno alla rete

Tutti questi elementi possono essere visti come “semi di altreconomia” su cui lavorare, se costruiscono “Comunità resilienti capaci di futuro”, come oggi le definiamo nelle reti di economia solidale, organizzate in tavoli di progettazione e di pratiche concrete a cui partecipano, in logica codeterminativa, i diversi attori della filiera.

 


Si deve cioè uscire progressivamente da una concezione un po’ mercatista di queste pratiche, per cui il “mercato solidale” sarebbe di per sé in grado di costruire un’alternativa, passando invece ad una loro organizzazione e coordinamento che perseguano progettualmente l’altreconomia, facendo propri alcuni codici dirimenti:

a) la progettazione/pianificazione di colture e consumi in alternativa all’anarchia delle produzioni
b) la cooperazione tra i soggetti in alternativa alla tripla competizione (tra produttori, tra consumatori, tra produttori e consumatori) tipica del mercato
c) la codeterminazione dei prezzi, in alternativa al meccanismo della domanda e dell’offerta o della speculazione finanziaria, basandola invece sul reddito agricolo contadino
d) il valore d’uso della produzione in alternativa al suo valore di scambio e alla rendita
e) la codecisione nei processi decisionali di filiera

Le pratiche di filiera sostenibile (che potranno essere descritte e analizzate nel concreto dettaglio), essendo ancora marginali nel territorio (coinvolgono, circa 25 aziende agricole sulle almeno 600 attive nel Parco Sud, e, dal lato della domanda, solo una 50ina di Gas per 1000 famiglie), hanno, allo stato, un valore che definiamo di “plausibilità del processo” perchè, di per sé, dati i volumi movimentati, condizionano direttamente le filiere competitive di mercato in maniera residuale.
Inoltre la loro costruzione è a stadi differenti (pressocchè a regime quella del grano e a diversi stadi di strutturazione progressivamente le altre) essendo il lavoro di regia esclusivamente su base volontaria.
Ma, se accanto alla loro espansione quali/quantitativa (che è in atto), si affiancassero da un lato la domanda pubblica diretta (ristorazione scuole, ospedali, ecc) e dall’altro la promozione di mercati di filiera (anche con funzione di logistica per il consumo organizzato), indirizzando in tal senso la necessaria riqualificazione dei mercati comunali, sicuramente le trasformazioni dei modelli colturali, ma anche economici, sarebbero alla portata, specie se vi comprendiamo le possibili azioni sul prezzo finale determinate anche dalla maggiore scala.

Va anche perseguita la rivendicazione di spazi agricoli demaniali da assegnare in comodato d’uso a giovani agricoltori per realizzare occupazione e sostegno ai disoccupati attraverso pratiche mutualistiche che li vedano destinatari di produzione agricola biologica del territorio a prezzi accessibili.

Per concludere.

Le pratiche sommariamente descritte nella loro essenza possono essere la base di partenza per la costruzione in termini pratici di un percorso verso la sovranità alimentare nel nostro territorio:
“Nutrire Milano per Nutrire il Pianeta”, proponendone un modello concreto, praticabile e partecipato e attraverso il quale la sicurezza alimentare, la sostenibilità, la lotta agli sprechi, sono perseguiti preventivamente e non, come ipotizzato, per esempio, dal procollo Barilla, velleitariamente e propagandistamente a valle di processi agro­industriali di mercato che, per definizione, producono sovrapproduzione e sprechi, essendo basati sulla concorrenza e sul massimo profitto.
Permangono fattori di criticità che, solo enucleando, sono:

  • la logistica, elemento sempre più cruciale mano mano che le sperimentazioni vanno a regime e si ampliano (qui importante è il possibile ruolo di fabbriche recuperate rese degradate dalla crisi)
  • le modalità di coinvolgimento sempre più ampio dei cittadini, riuscendo però a non snaturare la connotazione alternativa di questi processi
  • lo sviluppo e il consolidamento della cooperazione dal lato della domanda, dell’offerta e tra di esse, realizzabili saturando progressivamente l’offerta nel ciclo
  • il ruolo del pubblico e della “politica” più in generale (promozione, domanda, generalizzazione, ottica di trasformazione sociale)

Intervento che Vincenzo Vasciaveo,  del Distretto rurale di Economia Solidale del Parco Agricolo Sud Milano, ha fatto al convegno “Sovranitità Alimentare a Milano” tenutosi alcuni giorni fa in Cascina Cuccagna. Nella prima parte incontro è stata presentata la rivista Ritorno alla Terra della Società dei Territorialisti che potete consultare  nella prima parte qui e nella seconda qua.

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