La fine del capitalismo è iniziata

Traduzione dell’articolo originale di Paul Mason @paulmasonnews

Fonte The Guardian

Durante la crisi greca le bandiere rosse  e i canti di Syriza, oltre all’aspettativa che le banche sarebbero state nazionalizzate, hanno ridato vita per breve tempo a un sogno del 20° secolo: la distruzione forzata del mercato dall’alto. Per gran parte del 20° secolo questo è stato l’unico modo  concepito da sinistra per la prima fase di una economia oltre il capitalismo. La forza sarebbe stata applicata dalla classe operaia, nelle urne o sulle barricate, la leva era lo stato, le opportunità sarebbero state i frequenti episodi di collasso economico.

Invece negli ultimi 25 anni è stato il progetto della sinistra a crollare. Il mercato ha distrutto il piano; l’individualismo ha sostituito il collettivismo e la solidarietà; la forza lavoro enormemente espansa del mondo si presenta come un “proletariato”, ma non pensa e non si comporta come prima.

Per chi l’ha vissuto, e non approva il capitalismo,tutto questo è stato traumatico. Ma, nel processo, la tecnologia ha creato una nuova via d’uscita, che i resti della vecchia sinistra – e tutte le altre forze influenzate da essa – devono scegliere se abbracciare o morire. Il capitalismo non sarà abolito con le marce forzate ma  con la creazione di qualcosa di più dinamico che, in un primo momento, esiste ed è quasi invisibile all’interno del vecchio sistema, ma che lo sfonderà, rimodellando l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Io lo chiamo post-capitalismo.

Come con la fine del feudalesimo 500 anni fa, la sostituzione del capitalismo col post-capitalismo sarà accelerato da shock esterni e plasmato dalla comparsa di un nuovo tipo di essere umano. Ed è iniziata.

Il post-capitalismo è possibile grazie ai tre principali cambiamenti che l’information technology ha portato negli ultimi anni 25. In primo luogo, ha ridotto la necessità di lavoro, appianato le differenze tra lavoro e tempo libero e allentato il rapporto tra lavoro e salari. La prossima ondata di automazione, attualmente in fase di stallo perché la nostra infrastruttura sociale non potrebbe sopportarne le conseguenze, farà  diminuire enormemente la quantità di lavoro necessaria, non solo per sopravvivere ma per offrire una vita dignitosa a tutti

In secondo luogo, le informazioni stanno corrodendo la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi, perché i mercati si basano sulla scarsità mentre l’informazione è abbondante. Il meccanismo di difesa del sistema è quello di creare monopoli – i giganti tecnologici – di una dimensione che non si vedeva da 200 anni, eppure non può durare. Con la costruzione di modelli di business e la condivisione di stime basate sull’acquisizione e la privatizzazione di tutte le informazioni prodotte socialmente, queste imprese stanno costruendo edificio aziendali fragili perchè in contrasto con la necessità più elementare  dell’umanità, che è quella di utilizzare le idee liberamente.

In terzo luogo, stiamo vedendo la nascita spontanea di produzione collaborativa: beni, servizi e organizzazioni appaiono non rispondere più ai dettami del mercato e alla gerarchia gestionale. Il più grande prodotto di informazioni in tutto il mondo – Wikipedia – è fatto gratuitamente da volontari, abolendo il business enciclopedia e privando l’industria pubblicitaria di una cifra stimata di 3 miliardi di $ all’anno di entrate.

Nelle nicchie e negli anfratti del sistema di mercato, in modo quasi inosservato, intere aree della vita economica stanno cominciando a muoversi a un ritmo diverso:si sono moltiplicate valute parallele, banche del tempo, cooperative e spazi autogestiti, a malapena notate dagli economisti, e spesso come risultato diretto della frantumazione delle vecchie strutture nella crisi post-2008.

Questa nuova economia si vede solo cercando attentamente. In Grecia, quando una ONG di base ha mappato le cooperative alimentari del paese, i produttori alternativi, le valute parallele e i sistemi di scambio locali, ha trovato più di 70 progetti principali e centinaia di iniziative minori, dai carpool agli asili gratis. Per l’economia mainstream queste cose sembrano a malapena attività economiche – ma questo è il punto. Esistono perché scambiano, anche se in modo esitante e inefficiente, nella moneta del post-capitalismo: il tempo libero, l’attività in rete e altra roba gratis. Sembrerebbe qualcosa di insufficiente, non ufficiale e anche pericoloso da cui partire per formare un’intera alternativa ad un sistema globale, ma così si fece per  moneta e  credito nel periodo di Edoardo III.

Le nuove forme di proprietà, le nuove forme di finanziamento, i nuovi contratti legali: una intera “sottocultura” del business è emersa nel corso degli ultimi 10 anni, i media l’hanno definita “economia della condivisione”. Hanno diffuso parole come “beni comuni” e “produzione tra pari”, ma pochi si sono preoccupati di chiedersi che cosa significa questo sviluppo per il capitalismo stesso.

Io credo che offra una via di fuga, ma solo se questi micro-progetti sono nutriti,  promossi e protetti da un cambiamento fondamentale in ciò che fanno i governi. E ciò deve essere guidato da un cambiamento nel nostro modo di pensare, sulla tecnologia, la proprietà e il lavoro, in modo che, quando creiamo gli elementi del nuovo sistema, possiamo dire a noi stessi, e agli altri: “Questo non è più semplicemente il mio meccanismo di sopravvivenza nel mondo neoliberista; questo è il processo di creazione di un nuovo modo di vivere”.

Il crollo del 2008 ha spazzato via il 13% della produzione mondiale e il 20% del commercio globale. La crescita globale è diventata negativa,  su una scala in cui tutto ciò che sta al di sotto del 3% viene conteggiato come una recessione. Ha prodotto, in occidente, una fase di depressione più lunga del 1929-1933, e anche adesso, in mezzo a un recupero stentato, lascia gli economisti mainstream terrorizzati dalla prospettiva di stagnazione a lungo termine. Le scosse di assestamento in Europa stanno lacerando il continente.

Le soluzioni sono state l’austerità e le iniezioni di di liquidità, ma non funzionano. Nei paesi più colpiti, il sistema pensionistico è stato distrutto, l’età di pensionamento è innalzata a 70 anni, e l’istruzione viene privatizzata in modo che i laureati trovano ora ad affrontare una vita piena di debito. I servizi sono in fase di smantellamento e progetti infrastrutturali messi in attesa.

Anche ora molte persone non riescono a cogliere il vero significato della parola “austerità”: l’austerità non è solo otto anni di tagli alla spesa, come nel Regno Unito, o la catastrofe sociale inflitta alla Grecia. Significa indirizzare i salari, salari sociali e gli standard di vita in Occidente verso il basso per decenni fino a quando incroceranno quelli della classe media in Cina e in India.

Nel frattempo, in assenza di qualsiasi modello alternativo, si preparano le condizioni per un’altra crisi. I salari reali sono diminuiti o rimasti stagnanti in Giappone, la zona euro del sud, Stati Uniti e Regno Unito. Il sistema bancario ombra è stato ricomposto, ed è ora più grande di quanto non fosse nel 2008. Le nuove regole che obbligavano le banche a tenere più riserve sono state annacquate o ritardate. Nel frattempo, inondato di denaro gratuito, l’1% della popolazione mondiale è sempre più ricco.

Il neoliberismo, poi, si è trasformato in un sistema programmato per infliggere danni ricorrenti e catastrofici e, peggio ancora, si è rotto il modello per cui, in 200 anni di capitalismo industriale, una crisi economica stimolava le nuove forme di innovazione tecnologica di cui beneficiano tutti.

Questo perché il neoliberismo è stato il primo modello economico in 200 anni in cui la ripresa è stata assoggettata alla compressione dei salari, distruggendo il potere sociale e la resistenza della classe operaia. Se passiamo in rassegna i periodi di crescita studiati da teorici dei cicli lunghi – gli anni 50 dell’ 800 in Europa, i primi anni e gli anni 50 del ‘900 in tutto il mondo – è stata la forza dei lavoratori organizzati che ha costretto gli imprenditori e le aziende a smettere di cercare di far rivivere i modelli di business obsoleti fatti di tagli salariali, e a innovare il loro modo di una nuova forma di capitalismo.

Il risultato è che, in ogni ripresa, troviamo una sintesi di automazione, salari più alti e di consumi di più alto valore unitario. Oggi non c’è pressione da parte della forza lavoro, e la tecnologia al centro di questa ondata di innovazione non richiede la creazione di consumi più qualificati, o il reimpiego della vecchia forza lavoro in nuovi posti di lavoro. L’informazione è una macchina per rettificare il prezzo delle cose al ribasso, riducendo drasticamente il tempo di lavoro necessario per sostenere la vita sul pianeta.Di conseguenza, gran parte della classe imprenditoriale è diventata neo-luddista. Di fronte alla possibilità di creare laboratori per la sequenza del genoma, avviano invece caffetterie, saloni per manicure e imprese di pulizia: il sistema bancario, il sistema di pianificazione e la tarda  cultura neoliberal premiano soprattutto i creatori di posti di lavoro a basso valore e manodopera intensiva.

L’innovazione sta accadendo, ma non ha, finora, innescato la quinta ripresa a lungo termine per il capitalismo che la teoria dei cicli lunghi si aspetterebbe:  le ragioni risiedono nella natura specifica della tecnologia dell’informazione.

Siamo circondati non solo da macchine intelligenti, ma con un nuovo livello di realtà incentrato sulle informazioni. Prendete in considerazione un aereo di linea: è un computer che vola; è stato progettato, testato sotto stress e “costruito virtualmente” milioni di volte; sta trasmettendo informazioni in tempo reale per i suoi produttori. A bordo ci sono persone che strizzano gli occhi su schermi collegati, in alcuni paesi fortunati, a internet.

Visto da terra è lo stesso uccello di metallo bianco come nell’era di James Bond, ma è ormai sia una macchina intelligente che un nodo della rete. Ha un contenuto informativo e aggiunge “valore informativo” così come il valore fisico al mondo. Su una tratta business al completo, quando tutti utilizzano Excel o Powerpoint, la cabina passeggeri diventa una fabbrica di informazioni.

Ma quanto vale tutte questa informazione? Non troverete una risposta nei conti: la valutazione della proprietà intellettuale  nei moderni principi contabili è frutto di congetture. Uno studio per l’Istituto SAS nel 2013 ha rilevato che, al fine di dare un valore ai dati, né il costo della raccolta, né il valore di mercato o il reddito futuro da esso potrebbe essere adeguatamente calcolato.  Le aziende potrebbero in realtà spiegare ai loro azionisti il valore dei loro dati solo attraverso una forma di contabilità che includa i benefici non economici, e i rischi. Nella logica che usiamo per valutare la cosa più importante nel mondo moderno qualcosa non funziona.

Il grande progresso tecnologico dei primi anni del 21° secolo è composto non solo di nuovi oggetti e processi, ma di quelli vecchi resi intelligenti. Il contenuto di conoscenza dei prodotti sta diventando più prezioso dei componenti fisici che vengono utilizzati per produrli. Ma si tratta di un valore misurato in utilità, non in valore patrimoniale o di scambio. Nel 1990 economisti e tecnologi hanno cominciato ad avere lo stesso pensiero contemporaneamente: che questo nuovo ruolo delle informazioni stesse creando un nuovo, “terzo” tipo di capitalismo  – diverso dal capitalismo industriale come il capitalismo industriale era diverso dal capitalismo di commercianti e schiavi del 17 ° e 18 ° secolo. Ma essi hanno lottato per descrivere le dinamiche del nuovo capitalismo “cognitivo”, e per un motivo: le sue dinamiche sono profondamente non-capitaliste.

Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, gli economisti vedevano l’informazione semplicemente come un “bene pubblico”. Il governo degli Stati Uniti aveva anche decretato che nessun profitto potesse essere estratto dai brevetti,  ma soltanto dal processo di produzione stesso. Poi abbiamo cominciato a comprendere la proprietà intellettuale. Nel 1962, Kenneth Arrow, il guru dell’economia mainstream, ha detto che in una libera economia di mercato lo scopo di inventare cose è quello di creare diritti di proprietà intellettuale: “proprio nella misura in cui si ha successo c’è una sottoutilizzazione di informazione.”

È possibile osservare la verità di questa asserzione in ogni modello di e-business costruito: monopolizzare e proteggere i dati, acquisire i dati sociali liberamente generati dal’utente con l’interazione , rendere commerciali aree di produzione dei dati che non erano commerciali prima, fare data mining per estrarre valore predittivo dai dati esistenti- garantendo sempre e comunque che nessuno, a parte la società, possa utilizzare i risultati.

Se noi ribadiamo il principio di Arrow in senso inverso, le sue implicazioni rivoluzionarie sono evidenti: se in un’ economia di libero mercato il vantaggio della proprietà intellettuale porta alla “sottoutilizzazione delle informazioni”, allora un’economia basata sulla piena utilizzazione delle informazioni non può tollerare il libero mercato o diritti di proprietà intellettuale assoluta. I modelli di business di tutti i nostri moderni giganti digitali sono progettati per impedire l’abbondanza di informazioni.

Eppure l’informazione è abbondante. Il bene informativo è liberamente riproducibile: una volta che una cosa è fatta, può essere copiato / incollato infinitamente. Un brano musicale o il database gigante che si utilizza per costruire un aereo di linea ha un costo di produzione; ma il suo costo di riproduzione scende verso lo zero. Pertanto, se nel corso del tempo prevale il meccanismo normale di formazione del prezzo del capitalismo, anche il suo prezzo scenderà a zero.

Negli ultimi 25 anni l’economia è stata alle prese con questo problema: tutti i proventi dell’economia mainstream derivano da una condizione di scarsità, ma la forza più dinamica nel nostro mondo moderno è abbondante e, come disse una volta il genio hippy Stewart Brand, ” vuole essere libero “.

Vi è, accanto al mondo delle informazioni monopolizzata  e della sorveglianza creato da grandi aziende e governi, una dinamica diversa che cresce: le informazioni come bene sociale, gratuitamente utilizzabili, senza essere di proprietà, sfruttate o prezzate. Ho indagato i tentativi  di economisti e  business guru per costruire un quadro di riferimento per comprendere le dinamiche di un’economia basata sulla abbondanza e il mantenimento sociale delle informazioni. Ma in realtà è stato immaginato da un economista del 19 ° secolo, nell’era del telegrafo e dell motore a vapore. Il suo nome? Karl Marx.

La scena è Kentish Town, Londra, febbraio 1858, intorno alle 4 del mattino. Marx è un uomo ricercato in Germania ed è al lavoro scarabocchiando -pensieri sperimentali e note per sè. Quando finalmente arrivano a vedere ciò che Marx sta scrivendo in questa notte, gli intellettuali di sinistra degli anni 60 del ‘900 ammetteranno che “sfida ogni seria interpretazione di Marx finora concepita”. Si chiama “Il Frammento sulle macchine”.

Nel “Frammento” Marx immagina un’economia in cui il ruolo principale delle macchine è quello di produrre, e il ruolo principale della gente è quello di sorvegliarle. Gli era chiaro che, in una tale economia, la principale forza produttiva sarebbero state le informazioni. La capacità produttiva di tali macchine come la macchina per la filatura automatizzata del cotone , il telegrafo e la locomotiva a vapore non dipende dalla quantità di lavoro impiegato per la loro produzione, ma dallo stato della conoscenza sociale. Organizzazione e conoscenza, in altre parole, hanno dato alla forza produttiva un contributo più grande che produrre e far funzionare le macchine.

Dato quello che il marxismo sarebbe diventato – una teoria di sfruttamento basato sul furto del tempo di produzione – questa è una dichiarazione rivoluzionaria. Essa suggerisce che, una volta che la conoscenza diventa una forza produttiva a sé stante, compensando il lavoro effettivo trascorso per la creazione di una macchina, la grande questione non diventa quella dei “salari contro profitti”, ma chi controlla quello che Marx chiamava “il potere della conoscenza”.

In un’economia in cui le macchine fanno la maggior parte del lavoro, scrive, la natura della conoscenza bloccato all’interno delle macchine deve essere “sociale”. In un ultimo esercizio mentale, a tarda notte, Marx immaginava il punto finale di questo percorso: la creazione di una “macchina ideale”, che dura per sempre e non costa nulla. Una macchina che potesse essere costruita a costo zero, diceva, non aggiungerebbe alcun valore al processo di produzione e rapidamente, nell’arco di diversi periodi contabili, ridurrebbe  prezzo, profitto e costo del lavoro di qualsiasi cosa che tocca.

Una volta capito che l’informazione è fisica, e che il software è una macchina, e che i prezzi dello stoccaggio, della larghezza di banda e della potenza di elaborazione stanno crollando a tassi esponenziali, il valore del pensiero di Marx diventa chiaro. Siamo circondati da macchine che non costano nulla e che potrebbero, se lo volessimo, durare per sempre.

In queste riflessioni, non pubblicate fino alla metà del 20 ° secolo, Marx immaginava informazioni immagazzinate e condivise in qualcosa chiamato  “general intellect”, che era la mente di tutti sulla Terra, connessi da conoscenza sociale che avrebbe dato benefici a tutti . In breve, aveva immaginato qualcosa di simile all’economia dell’informazione in cui viviamo che avrebbe “fatto esplodere il capitalismo”.

Con questo cambiamento di campo, il vecchio percorso oltre il capitalismo immaginato dalla sinistra del 20 ° secolo è perduto.

Ma si è aperto un percorso diverso. La produzione collaborativa, utilizzando la tecnologia di rete per produrre beni e servizi che funzionano solo quando sono liberi, o condivisi, definisce il percorso al di là del sistema di mercato. Sarà necessario che lo stato  crei il quadro – come ha creato le condizioni per il lavoro in fabbrica, la moneta stabile e il libero scambio nel 19 ° secolo. Il settore del post-capitalismo rischia di coesistere con il settore di mercato per decenni, ma è un cambiamento importante che sta accadendo.

Le reti recuperano “granularità” per il progetto postcapitalista. Cioè, possono essere la base di un sistema non di mercato che si replica da sè, che non deve essere creato nuovamente ogni mattina sullo schermo del computer di un commissario politico.

La transizione coinvolgerà lo Stato, il mercato e la produzione collaborativa di là del mercato. Ma per farlo accadere dovrà essere riconfigurato l’intero progetto della sinistra, dai gruppi di protesta ai partiti democratici e liberali sociali tradizionali. In realtà, una volta che la gente avrà capito la logica della transizione postcapitalista, tali idee non saranno più di proprietà della sinistra – ma di un movimento molto più ampio, per cui avremo bisogno di nuove etichette.

Chi può farlo accadere? Nel vecchio progetto di sinistra era la classe operaia industriale. Più di 200 anni fa, il giornalista radicale John Thelwall metteva in guardia gli industriali inglesi che avevano creato una nuova e pericolosa forma di democrazia: “Ogni grande officina e manifattura è una sorta di società politica, che nessun atto del parlamento può ridurre al silenzio, e nessun magistrato disperdere. ”

Oggi l’intera società è una fabbrica. Tutti noi partecipiamo alla creazione e ricreazione dei marchi, norme e istituzioni che ci circondano. Allo stesso tempo, le griglie di comunicazione vitali per il lavoro di tutti i giorni e il profitto stanno risuonano di conoscenza condivisa e malcontento. Oggi è la rete – come il laboratorio di 200 anni fa – che  “non può silenziare o disperdere”.

È vero, gli Stati possono spegnere Facebook, Twitter, anche l’intera Internet e rete di telefonia mobile in tempi di crisi, paralizzando i processi economici, si può archiviare e monitorare ogni kilobyte di informazioni che produciamo. Ma non possono riproporre la società gerarchica, ignorante e guidata dalla propaganda di 50 anni fa, tranne che – come in Cina, Corea del Nord o Iran – decidendo di fare a meno di elementi fondamentali della vita moderna. Sarebbe, ha detto il sociologo Manuel Castells, come cercare di de-elettrificare un paese.

Con la creazione di milioni di persone in rete,  sfruttate finanziariamente ma con tutta l’intelligenza umana a un tocco di pollice di distanza, l’ info-capitalismo ha creato un nuovo agente di cambiamento nella storia: l’ essere umano colto e connesso.

Sarà più di una semplice transizione economica. Ci sono, naturalmente, i compiti  urgenti e paralleli di abbandono dei combustibili fossili e di disinnesco delle bombe a orologeria  demografiche e fiscali. Ma mi sto concentrando sulla transizione economica innescata dalle informazioni perché, fino ad ora, è stata tenuta in disparte, il  peer-to-peer è stato incasellato come un’ossessione di nicchia per visionari, mentre i “grandi” dell’ economia di sinistra vanno avanti con le dissertazioni sull’austerità.

Infatti, nella realtà di luoghi come la Grecia, la resistenza all’austerità e la creazione di “reti che non è possibile mandare in default” – come mi ha detto un attivista – vanno di pari passo. Soprattutto, il post-capitalismo si esprime  con nuove forme di comportamento umano che le forme economiche convenzionali difficilmente saprebbero riconoscere come rilevanti.

Quindi, come si fa ad immaginare la transizione in vista? L’unico parallelo coerente che abbiamo è la sostituzione del feudalesimo col capitalismo – e grazie al lavoro di epidemiologi, genetisti e analisti di dati, sappiamo molto di più su questa transizione rispetto a 50 anni fa, quando era “di proprietà” delle scienze sociali . La prima cosa che dobbiamo riconoscere è: diversi modi di produzione sono strutturati intorno a cose diverse. Il feudalesimo era un sistema economico strutturato da costumi e le leggi basati sull’ “obbligo”. Il capitalismo è stato strutturato da qualcosa di puramente economico: il mercato. Siamo in grado di prevedere, da questo, che il post-capitalismo – il cui presupposto è l’abbondanza – non sarà semplicemente una forma modificata di una società di mercato complessa. Ma possiamo solo cominciare ad aggrapparci ad una visione positiva di ciò a cui assomiglierà.

Non lo dico in modo da evitare la domanda: possono essere delineati parametri economici generali di una società postcapitalista a partire, per esempio, dall’anno 2075. Ma se questa società è strutturata attorno alla liberazione umana, saranno  cose imprevedibili che inizieranno a plasmarla, non l’economia.

Ad esempio, la cosa più ovvia per Shakespeare, scrivendo nel 1600, era che il mercato aveva suscitato nuovi tipi di comportamento e moralità. Per analogia, la più ovvia cosa “economica” per lo Shakespeare del 2075 sarà lo sconvolgimento totale nei rapporti di genere, o la sessualità, o la salute. Forse non ci saranno più drammaturghi: forse la natura stessa dei mezzi di comunicazione che utilizziamo per raccontare storie cambierà – proprio come è cambiato nella Londra elisabettiana, quando sono stati costruiti i primi teatri pubblici.

Pensate alla differenza tra, diciamo, Horatio in Amleto e un personaggio come Daniel Doyce in Little Dorrit di Dickens. Entrambi si  portano appresso un’ossessione caratteristica della loro epoca – Horatio è ossessionato con la filosofia umanistica; Doyce è ossessionato dal brevettare la sua invenzione. Non ci poteva essere personaggio come Doyce in Shakespeare; avrebbe ottenuto, nel migliore dei casi, una piccola parte come figura comica della classe operaia. Tuttavia, nel momento in cui Dickens descrisse Doyce, la maggior parte dei suoi lettori conoscevano qualcuno come lui. Così come Shakespeare non avrebbe potuto immaginare Doyce, così anche noi non possiamo immaginare il tipo di società che esseri umani produrranno una volta che l’economia non sarà più centrale nella vita. Ma la possiamo prefigurare osservando la vita dei giovani di tutto il mondo abbattere le barriere del 20° secolo intorno a sessualità, lavoro, creatività e il sé.

Il modello feudale di agricoltura entrò in collisione, in primo luogo, con i limiti ambientali e poi con un enorme shock esterno – la peste. Dopo di che, ci fu uno shock demografico: troppo pochi lavoratori per la terra, il che ha sollevato i loro salari e rese impossibile da far rispettare gli obblighi del vecchio sistema feudale. La carenza di manodopera forzò anche l’innovazione tecnologica. Le nuove tecnologie che hanno sostenuto la nascita del capitalismo mercantile erano quelle che hanno stimolato il commercio (stampa e contabili), la creazione di ricchezza commerciabile (estrazione mineraria, la bussola e navi veloci) e la produttività (matematica e il metodo scientifico).

In tutto il processo erano presenti due elementi – moneta e del credito – che sembrano accessoro rispetto al vecchio sistema ma che in realtà erano destinati a diventare la base del nuovo sistema. Durante il feudalesimo, molte leggi e costumi sono stati effettivamente definiti ignorando il denaro; nell’alto feudalesimo il credito veniva visto come peccato. Così, quando il denaro e il credito irrompono attraverso i confini per creare un sistema di mercato, sembrò come una rivoluzione. Quindi, quello che diede al nuovo sistema la sua energia fu la scoperta di una fonte praticamente illimitata di ricchezza libera nelle Americhe.

Una combinazione di tutti questi fattori ha fatto si che una serie di persone che erano state emarginate sotto il feudalesimo – umanisti, scienziati, artigiani, avvocati, predicatori radicali e drammaturghi bohemien come Shakespeare – si siano trovate  a capo di una trasformazione sociale. Nei momenti chiave, anche se provvisoriamente in un primo momento, lo stato è passato da ostacolare il cambiamento a promuoverlo.

Oggi, la cosa che che sta corrodendo il capitalismo, ed è a mala pena razionalizzata dall’economia maistream, è l’informazione. La maggior parte delle leggi in materia di informazioni definiscono il diritto di aziende di accumulare dati e il diritto degli Stati di accedervi, indipendentemente dai diritti umani dei cittadini. Oggi l’equivalente della stampa e del metodo scientifico sono la tecnologia dell’informazione e la sua ricaduta in tutte le altre tecnologie, dalla genetica alla sanità all’agricoltura al cinema, dove sta rapidamente riducendo i costi.

L’equivalente moderno della lunga stagnazione del tardo feudalesimo è la fase di stallo del decollo della terza rivoluzione industriale, dove invece di automatizzare rapidamente la cessazione del lavoro, ci si riduce alla creazione di quello che David Graeber chiama “impieghi ridicoli” a bassa retribuzione. E molte economie sono stagnanti.

L’equivalente della nuova fonte di ricchezza libera? Non è esattamente ricchezza: sono le”esternalità” – la roba gratis e il benessere generato dalla interazione in rete. E’ l’aumento della produzione non di mercato, delle informazioni non possedibili, di reti tra pari e imprese non gestite. L’economista francese Yann Moulier-Boutang dice che Internet  è “sia la nave che il mare” quando si tratta dell’equivalente moderno della scoperta del nuovo mondo. In realtà, è la nave, la bussola, l’oceano e l’oro.

Gli shock esterni dei tempi moderni sono chiari: l’esaurimento di energia, i cambiamenti climatici, l’invecchiamento della popolazione e la migrazione. Essi stanno alterando le dinamiche del capitalismo  lo rendono impossibile a lungo termine. Non hanno ancora avuto lo stesso impatto della peste nera ma, come abbiamo visto a New Orleans nel 2005, non ci vuole la peste bubbonica per distruggere l’ordine sociale e le infrastrutture funzionali in una società finanziariamente complessa e impoverita.

Una volta capito il passaggio in questo modo, il bisogno non è un  piano quinquennale ma un progetto, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di ampliare quelle tecnologie e quei modelli di business e comportamenti che dissolvono le forze di mercato, socializzare la conoscenza, eliminare la necessità del lavoro e spingere l’economia verso l’abbondanza. Io lo chiamo Project Zero perché i suoi obiettivi sono un sistema a zero emissioni; la produzione di macchine, prodotti e servizi con zero costi marginali; e la riduzione del tempo di lavoro necessario a un valore il più vicino possibile allo zero.

La maggior parte della sinistra del 20° secolo credeva di non avere il lusso di una transizione gestita: per loro era un dogma che nulla del sistema venturo potesse esistere all’interno di quello vecchio – anche se la classe operaia ha sempre tentato di creare una vita alternativa all’interno e “nonostante” il capitalismo. Di conseguenza, una volta scomparsa la possibilità di una transizione in stile sovietico, la sinistra moderna si è semplicemente preoccupata delle cose opposte: la privatizzazione della sanità, leggi anti-sindacali, il fracking – l’elenco potrebbe continuare.

Se ho ragione, per i sostenitori del post-capitalismo l’attenzione deve essere posta per costruire alternative all’interno del sistema,  per usare il potere del governo in modo radicale e dirompente, e per indirizzare tutte le azioni verso la transizione e non verso la difesa di elementi casuali del vecchio sistema. Dobbiamo imparare che cosa è urgente e cosa è importante, e che a volte le cose non coincidono.

Il potere dell’immaginazione diventerà critico. In una società dell’informazione, nessun pensiero,  dibattito o  sogno è sprecato – che siano concepiti in una tenda, nell cella di una prigione o nell’area di una startup dove si gioca al calcetto.

Come per la produzione virtuale, nel passaggio al post-capitalismo il lavoro svolto in fase di progettazione può ridurre gli errori in fase di attuazione. E il design del mondo postcapitalista può essere modulare, come con il software. Persone diverse possono lavorare in luoghi diversi, a diverse velocità, con relativa autonomia l’una dall’altra. Se potessi chiedere una cosa gratis sarebbe una istituzione globale che realizza il modello del capitalismo in modo corretto: un modello open source di tutta l’economia, ufficiale, grigia e nera. Ogni esperimento eseguito attraverso di esso lo arricchirebbe; sarebbe open source e con il maggior numero di elementi possibile, come i modelli climatici più complessi.

La contraddizione principale oggi è tra la possibilità di ottenere prodotti e informazioni gratuiti e abbondanti e un sistema di monopoli, banche e governi che sta cercando di mantenere le cose private, scarse e commerciabili. Tutto si riduce alla lotta tra la rete e la gerarchia: tra le vecchie forme di società modellate intorno al capitalismo e nuove forme di società che prefigurano cosa viene dopo.

È utopistico credere che siamo sull’orlo di una evoluzione al di là del capitalismo? Viviamo in un mondo in cui gli uomini e le donne omosessuali possono sposarsi,  in cui la contraccezione, nel giro di 50 anni, ha reso un donna media della classe operaia più libera rispetto al più pazzo libertino dell’epoca Bloomsbury. Perché, allora, troviamo così difficile immaginare la libertà economica?

Sono le élite – chiuse nel loro mondo di limousine  scure – il cui progetto sembra disperato come quello delle sette millenarie del 19 ° secolo. La democrazia delle squadre antisommossa, dei politici corrotti, dei giornali controllati dalla finanza e dello stato di sorveglianza appare falsa e fragile come la Germania Est di 30 anni fa.

Tutte le letture della storia umana devono consentire la possibilità di un esito negativo. E ci perseguita nel film di zombie, nei disaster movie, nel deserto post-apocalittico di film come The Road o Elysium. Ma perché non dovremmo avere un quadro della vita ideale, costituito da informazioni abbondanti,  lavoro non gerarchico e dissociazione del lavoro dal salario?

Milioni di persone stanno cominciando a rendersi conto che gli è stato venduto un sogno in contrasto con ciò che la realtà è in grado di dare. La loro risposta è la rabbia – e una ritirata verso forme nazionali di capitalismo che può solo fare a pezzi il mondo. Guardarli emergere, dalla fazione pro-Grexit a sinistra di Syriza al Fronte Nazionale e all’isolazionismo della destra americana, è come vedere gli incubi che abbiamo avuto durante la crisi causata da Lehman Brothers che diventano realtà.

Abbiamo bisogno di più di una semplice manciata di sogni utopici e progetti orizzontali su piccola scala. Abbiamo bisogno di un progetto basato sulla ragione, prove e modelli verificabili, che incida nella Storia e sia sostenibile dal pianeta, e abbiamo bisogno di iniziare con questo.

Fonte The Guardian
Postcapitalism di Paul Mason (Allen Lane) bookshop.theguardian.com

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