Dalle Croniche alla Storia sismica dei luoghi

Testo pubblicato nel 1998 nel Bollettino dell’Istituto Regionale di Ricerche Economiche e Sociali della Regione Umbria (istituto soppresso nel 2000) in riferimento al terremoto che ha colpito l’Appennino umbro-marchigiano il 26 settembre 1997. L’autore era all’epoca direttore del CEDRAV (Centro per la Documentazione e la Ricerca Antropologica in Valnerina e nella dorsale appenninica umbra, istituto regionale in via di soppressione).

Dalle Croniche di orribilissimi, terribilissimi, spaventosissimi terremuoti alla storia sismica dei luoghi

E le cronache non mancano davvero! La martellante sequenza degli eventi sismici Che
hanno colpito il territorio regionale soprattutto negli ultimi tre secoli ha alimentato una vasta produzione, non ancora compiutamente esplorata, di documenti conservati negli archivi che raccontano la storia minuta dei danni causati dai terremoti, delle provvidenze invocate, dei sussidi accordati.
Ad ogni evento, fra rappresentanti delle comunità locali, ma anche umilissimi cittadini, pievani, badesse e delegati apostolici, gonfalonieri, prefetti si intesse una fitta corrispondenza di lettere, note e suppliche, suffragate da perizie tecniche, con risultati spesso sconsolanti rispetto ai drammi rappresentati.
Descrizioni più ampie dei terribili effetti dei terremoti nelle località colpite sono affidate a pubblicazioni a stampa tempestivamente prodotte da delegati dell’autorità del tempo o da studiosi locali e si possono cosi sfogliare la Relazione più distinta dell’orribile tremuoto, e rovina, cagionata nell’illustrissima ed inclita città di Gualdo, Diocesi di Nocera Li 26 luglio (s.a., 1751) oppure la Genuina e distinta Relazione dell’orribilissimo terremoto scoppiato in Città di Castello la mattina del 30 settembre 1789 (Brami, 1789) o la Relazione del tremuoto che desolò Norcia il giorno 22 agosto 1859 (Mannocchi, 1860), fra le tante che si possono citare.
Vengono naturalmente redatti analitici cataloghi come l’Epitome methereologica de’
tremoti (Abbati, 1703) che elenca “tutti quelli che sono occorsi dalla Creazione del
Mondo [al] 2 di Febbraro del corrente anno 1703”.
Si invocano protezioni divine sollecitando autorevoli intermediari, in particolare “il protettore ne’ tremuoti” ravvisato in sant’Emidio (Lazzari, 1787), o magari si invia una Supplica umiliata alla Santità di Nostro Signore Papa Pio VI dal magistrato di Fuligno per il terremoto del 11 ottobre 1791 (Valenti, 1791). Scampati pericoli vengono segnalati nella Relatione d’un miracolo fatto dal glorioso S Filippo Neri in preservatione di tutta la Congregatione dell’Oratorio di Norcia (1703).
Si tentano anche riflessioni per capire la natura del fenomeno del Ragionamento sopra la cagione de’ terremoti ed in particolare di quello della Terra di Gualdo di Nocera nell’Umbria seguito l’A[nno] 1751 (Bina, 1751) e si aggiungono Nuove riflessioni salle cause naturali dei terremoti di Fuligno (Rutili Gentili, 1832), che contrappongono, quanto all’origine dei terremoti, le teorie dell’elettricismo a quelle del vulcanismo e c’é anche chi sostiene (Moreschini, 1802) che il “fluido elettrico” liberato dalla terra in occasione delle scosse sismiche agisca in maniera benefica su alcune malattie.
Paradossalmente da tutta questa sterminata produzione di atti, di materiali documentari e di pubblicazioni non emerge con immediatezza e organicità un profilo della storia sismica dei luoghi, ben più ricca della descrizione dell’evento e della cronaca degli accadimenti. Una storia, peraltro, scritta non solo con le parole, ma leggibile anche nelle pietre, attraverso le mutilazioni e le deformazioni degli edifici e le epigrafi murate nelle pareti, e rappresentata nei dipinti votivi, in disegni e iconografie, fino alla ricchissima documentazione per immagini dei terremoti più recenti.
Un primo tentativo di ricomporre finalmente tutti questi frammenti per ottenere una migliore conoscenza di questo fenomeno, quanto agli effetti sulla comunità, oltre che sugli edifici, all’inquadramento nel contesto economico e sociale e alla valutazione delle risposte istituzionali, opera di questi giorni. II recente volume dell’Istituto Nazionale di Geofisica, I terremoti dell’Appennino umbro-marchigiano (1998) è un libro che ci indica un utile direzione di lavoro se si vuole nel futuro fronteggiare con maggiore consapevolezza questi ineluttabili eventi.
E’ certo singolare, e sollecita un’attenta riflessione, il fatto che tutta l’imponente documentazione disponibile sia dedicata all’analitica descrizione dei terremoti e dei loro effetti senza apparente interesse per la comprensione dei fenomeni, la valutazione dei comportamenti e la ricerca delle soluzioni.
Una delle poche tracce di una raggiunta maturità traspare dalla normativa edilizia per la città di Norcia, redatta dopo il terremoto dal 1859 da una commissione scientifica guidata dall’architetto pontificio Luigi Poletti e dal geologo Angelo Secchi, che costituisce un sintetico ed efficace repertorio normativo di un’istituzione che si mostra capace di apprendere dagli eventi, adattando i suoi comportamenti alle esperienze dolorosamente vissute.
In particolare, il regolamento edilizio dettava precise prescrizioni sull’altezza e la tipologia degli edifici, sullo spessore delle murature, sulla composizione delle malte, sull’uso dei materiali, sulla profondità delle fondazioni, sulle legature delle strutture, al fine di ridurre la vulnerabilità sismica della città, amplificata proprio dalla scadente qualità dei materiali impiegati e dalla cattiva esecuzione delle opere. Lo stesso Poletti aveva progettato un nuovo quartiere di edilizia popolare, “Borgo Pio”, da erigersi fuori delle mura cittadine.
Normative e interventi non trovarono per6 pratica attuazione per il contenzioso fra la comunità locale e la delegazione apostolica, mentre nel passaggio dallo Stato della Chiesa al Regno d’Italia si persero anche gran parte dei fondi stanziati dall’amministrazione pontificia per la ricostruzione della città.
Fallì così l’unico tentativo conosciuto di offrire una risposta adeguata ai problemi posti dal sisma, non tanto per riparare alla meglio i danni subiti, ma soprattutto per preservare I’insediamento antico da futuri danneggiamenti e per realizzare il nuovo con criteri che tenevano conto della particolare natura del sito.

In tutti gli altri casi, la risposta delle autorità e delle burocrazie si è rivelata del tutto inadeguata alla gravità delle situazioni, rese ancor pin drammatiche dalle difficili condizioni economiche e sociali in cui già versavano le popolazioni colpite, spesso aggravate dall’inclemenza del tempo e dalla scarsità di raccolti fino a patire vere e proprie carestie.

L’insufficienza dei provvedimenti, che qualche volta si limitavano alla concessione di
parziali esenzioni fiscali oppure impegnavano parte dei proventi del gioco del Lotto
(terremoto del 27 luglio 1751) o beneficiavano di collette di privati cittadini e donazioni di prelati e diocesi (terremoto dell’aprile 1832), ha determinato una tale sproporzione tra i fondi concessi rispetto ai fabbisogni accertati, da condizionare l’attività di ricostruzione, costretta a ricorrere ad arrangiati rimedi, con il risultato di mantenere il patrimonio edilizio in uno stato di permanente precarietà e di estrema vulnerabilità.
Questa politica della lesina, in un contesto di generale difficoltà economica e di carenza sia di mezzi tecnico-operativi che di competenze scientifiche, spiega in qualche modo come mai una serie così micidiale di eventi sismici che hanno letteralmente flagellato la Dorsale appenninica umbro-marchigiana negli ultimi tre secoli, non abbia ottenuto il risultato di trasmettere una diffusa conoscenza, tale da far incorporare negli atteggiamenti e nei comportamenti
delle persone, della pratica operativa delle costruzioni nell’adeguamento della normativa e degli strumenti urbanistici, gli insegnamenti impartiti dal terremoto.

Elenco dei Principali terremoti nell'Appenino Umbro-marchigiano dal 1703 ad oggi

In realtà, le comunità colpite hanno sempre mostrato una lucida consapevolezza: quella della propria impotenza, in un quadro di endemiche carenze, a fronte dell’impossibilità manifestata dalle autorità a provvedere ai loro bisogni e questo ha favorito l’oblio e la rimozione di un fenomeno che non si poteva né prevedere nell’accadimento, né prevenire negli effetti.
Nel frattempo – e siamo giunti a quest’ultimo scorcio di secolo – sono però intervenuti radicali cambiamenti che collocano un immutabile evento come il terremoto in uno scenario profondamente mutato.
Ai nostri giorni, e questa è la prima mutazione, quella dei mezzi, le conoscenze scientifiche, le dotazioni tecniche ma, soprattutto, le risorse finanziarie, consentono finalmente di mettere in campo interventi adeguati fin dalla fase dell’emergenza e del soccorso, per dispiegarsi poi nell’allestimento dei ricoveri, nel recupero del patrimonio, nella progettazione degli interventi di ricostruzione e nella loro realizzazione.
La parola che prima non si poteva neppure pronunciare, tant’era la distanza fra i
bisogni accertati e i mezzi disponibili, ora diventa un obiettivo possibile, anzi un
imperativo cogente: “ricostruzione”. Parola ambigua, che abbraccia luoghi distrutti,
che occorre davvero ricostruire per sottrarli alla lista degli insediamenti abbandonati,
luoghi colpiti che possono essere agevolmente recuperati, luoghi appena toccati che
abbisognano di modeste riparazioni e luoghi ormai persi perfino alla memoria e che
diventa impossibile rigenerare.
In ogni caso, qualunque sia l’intensità dell’azione tutto è riferito solo al patrimonio
edilizio. Vengono nell’occasione affacciate anche ardite soluzioni e nuove tecnologie; tutti diventano esperti in un paese che, come annotava Campos Venuti, “mostra i
limiti di una cultura intessuta di convinzioni, ma povera di conoscenze”. Intanto la
tecnica, ammantata di scienza, sbaraglia con i suoi modelli matematici il “patrimonio
di conoscenze innervato nella sperimentalità dell’agire quotidiano” e oppone alle soluzioni “dolci” elaborate dalle culture locali e verificate dall’esperienza, risposte “dure” che introducono nuovi materiali e nuovi processi da affidare a specialisti Che possono operare senza alcuna cognizione dei luoghi.
Nuovi e improvvisati rilevatori ripercorrono di nuovo il territorio e di nuovo compilano nuove schede di nessuna utilità quando si tratta di edifici già ristrutturati e con una
storia sismica cosi complessa da richiedere una vera e propria “cartella clinica” con
una completa “anamnesi”, in modo da poter davvero formulate una corretta diagnosi
ed individuate appropriate terapie, fino a disporre il necessario esame “autoptico” nei
casi di distruzione.
Non serve descrivere, ma occorre capire e per questo è necessario disporre di strumenti di valutazione adeguati, che l’esperienza del passato e la tecnologia del presente ci mettono a disposizione. Si moltiplicano invece rilevamenti, indagini, schedature, ricerche per una conoscenza che non si eleva mai a cultura e quando massima potrebbe essere la consapevolezza di tutti, riprende il geloso sopravvento di pochi.
Gli embrioni di consapevolezza individuale e collettiva sulla vulnerabilità del territorio che l’evento risveglia, vengono aggrediti dal processo di rimozione che si riaffaccia di nuovo e che, alimentato un tempo dall’impotenza, ora si accompagna paradossalmente al suo contrario. La disponibilità dei mezzi propaga, infatti, la convinzione che sia sufficiente riparare i danni e mettere in sicurezza gli edifici per cancellare accuratamente ogni traccia del terremoto (ed è sintomatico che contrariamente al passato nessuna lapide venga apposta a futura memoria), in modo che tutto possa riprendere come prima, quando sappiamo che niente sarà più come prima.
E se Assisi, restaurata la basilica di San Francesco in tempo utile per l’epocale appuntamento del Giubileo, moltiplicherà le presenze (chi non vorrà vedere/rivedere la resurrezione di un simbolo della cristianità!), le zone interne dell’Appennino potrebbero invece ricevere un colpo mortale.
Per comprendere come mai la disponibilità degli strumenti tecnici e finanziari, la cui
mancanza appariva un tempo come l’unico ostacolo al fare, non costituisca condizione sufficiente per raggiungere 1’agognato obiettivo della ricostruzione, bisogna intro-
durre una seconda mutazione, quella intervenuta nel contesto economico.
Le aree interne sono sempre riuscite, sia pure con inenarrabili difficoltà, a superare il
trauma provocato da terremoti distruttivi che in passato avevano raso al suolo interi
paesi e preteso un pesante tributo di sangue, perché questi territori detenevano le
risorse strategiche per 1’economia di un tempo: il bosco e il pascolo, che fornivano
materie prime come il legno, la carne, ii formaggio e la lana.
Risorse che hanno consentito la ripresa delle attività economiche, malgrado la scarsità delle provvidenze ricevute e i danni direttamente patiti dalle strutture produttive
(mulini, forni, fabbrerie e gualchiere) e dal patrimonio zootecnico (anche se nella
ricognizione dei danni subiti non vengono mai computati gli animali periti). Senza dimenticare che questi luoghi erano allora attraversati da importanti vie di comunicazione e interessati dagli scambi fra Stati confinanti.
L’Unità nazionale, l’adozione di un modello di sviluppo basato sull’industrializzazione, lo spostamento degli assi di comunicazione, hanno reso del tutto marginali le aree
interne, tanto che le loro condizioni costituiscono ormai una delle grandi questioni
nazionali. E se alle difficoltà strutturali dell’economia si aggiungono le croniche carenze nei servizi sanitari, in quelli scolastici, amministrativi e commerciali, diventa
reale il rischio di un inarrestabile “smottamento” a valle della popolazione dalle zone
montane che, oltre a essere economicamente e socialmente svantaggiate, devono convivere anche con il terremoto.
II dissesto generalizzato del patrimonio edilizio più volte colpito dal sisma così da
giungere stremato a ogni indesiderato appuntamento, l’insufficiente presidio di una
popolazione invecchiata e scesa sotto il minimo vitale, l’impossibilità materiale di
assicurare almeno nell’immediato quelle poche attività economiche che garantiscono
il sostegno della zona, costituiscono i micidiali ingredienti di una situazione che appare senza speranza.
E senza speranza sono anche gli ultimi depositari di mestieri umiliati e minacciati di
estinzione, tanto che il prosieguo dell’attività per discendenza familiare appare come
una condanna ereditaria, piuttosto che una scelta professionale. Nuovi modelli culturali e nuovi stili di vita rendono anacronistiche le professioni tradizionali, il cui esercizio viene in pratica negato da nuove e sempre più complicate normative, introdotte per garantire condizioni di sicurezza, igiene e sanità nei processi produttivi, che impongono però l’osservanza di standard di tipo industriale per lavorazioni non standardizzabili proprio per la loro “tipicità”, pena la perdita di quei peculiari caratteri che le rendono ancora appetibili sul mercato come prodotti tipici e manufatti artigiani.
Parallelamente a questa azione di sfaldamento delle culture locali si esalta e valorizza
l’oggetto, lo strumento, il prodotto, puntando sulla nostalgia dei ricordi e sulla suggestione delle forme e dei materiali, indipendentemente dalla loro funzione e dal legame con i luoghi di produzione, ma quel che è più grave senza alcun interesse per le competenze e le abilità di chi possiede ancora i saperi della creazione.
Questa mutazione antropologica denuncia che nelle aree interne non e sufficiente “ricostruire” il patrimonio edilizio, ma e necessario “rivitalizzare” un tessuto sociale ed economico che ha perso la sua funzione vitale. E non si tratta di porzioni limitate di territorio, ma della Dorsale del nostro paese.
Quando questi luoghi erano densamente abitati non c’erano risorse sufficienti per la
ricostruzione degli edifici, ora che la ricostruzione è possibile non ci sono più abitanti per questi luoghi. E questa è la terza mutazione, quella del contesto sociale, che prima ancora di soluzioni tecniche, richiede progetti culturali per comunità che s’interrogano sul significato stesso del loro insediamento.
Ma è possibile riconvertire gli interventi dopo secoli di suppliche per ottenere provvidenze che l’amministrazione pontificia centellinava con chirografo papale? L’evento straordinario genera l’emergenza del rimedio: accertamento delle vittime, soccorso ai superstiti, rilevamento dei danni, allestimento di alloggi provvisori, salvaguardia del patrimonio culturale (che, nel nostro paese, coincide con i soli beni storico-artistici), approntamento di mezzi e finanziamenti straordinari.
L’attenzione è tutta riservata a soggetti ed entità fisiche, quantificabili e misurabili,
tali da poter essere rappresentati con numeri e tabelle e documentati con immagini.
Sfugge l’impalpabile dimensione della comunità e manca ogni valutazione delle ferite
causate al tessuto sociale, delle crisi provocate nei sistemi insediativi, della minaccia
alla sopravvivenza delle culture locali.
Viene agitata come una bandiera la parola d’ordine della “ricostruzione”, ora che si
avverte a portata di mano dopo una plurisecolare attesa, senza però accorgersi che nel
frattempo è cambiato l’obiettivo: l’impegno deve essere rivolto soprattutto alla
“riabitazione”, nel senso che non è sufficiente ripristinare la funzionalità di singoli
edifici per arrestare la dissoluzione delle comunità che abitano luoghi in disarmo. Si
rischia anzi di recuperare solo vuoti involucri – per quanto importanti e prestigiosi
possano essere – destinati a un rapido deperimento per l’inevitabile abbandono a cui
sono fatalmente destinati.
L’evento distruttivo, infatti, non infierisce solamente su soggetti e oggetti, ma sconvolge anche i progetti e costringe le popolazioni colpite a interrogarsi sul proprio
futuro, a pensare alle decisioni e alle azioni ma, soprattutto, a operare scelte di vita
che, a fronte della drammaticità della situazione e dell’insopportabile disagio che procura, possono anche orientarsi verso un definitivo, doloroso abbandono del luogo
d’origine.
E riaffiora ancora, inesorabile, il processo di rimozione di un fenomeno terribile e
inquietante che mette a rischio, come sostiene Umberto Galimberti, “quella condizione archetipica fondante la condizione umana che è l’abitare. […] Questo tessuto di
abitudini che l’abitare crea, e che noi spesso releghiamo nelle paludi della noia, è in
realtà la riproduzione umana della stabilità della Terra. [. ..] II terremoto di questa
stagione ha colpito qui. Non tra le paure dell’uomo, ma in quel fondo che viene prima
di tutte le paure, il fondo della stabilità”.
L’evento, per quanto visceralmente subìto nel suo decorso, viene necessariamente
rimosso per non convivere con l’inquietudine dell’unica certezza possibile, quella che
ci sarà un altro terremoto, senza poter sapere il quando e il dove.

Luciano Giacché

Luciano Giacchè IRRES terremoto 1998

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