Il Mondo come un Sistema di Apprendimento

E’ stata una Pasqua molto impegnativa. Mi ronzavano in testa pezzi di chiacchierate recenti e lo stare a letto, non per pigrizia, mi ha consigliato la rilettura di alcuni dei testi da cui ero partito qualche anno fa.  Voglio condividere con voi quanto riletto perché il grosso del lavoro che stiamo facendo noi di Ciboprossimo, ha radici proprio in queste frasi. Se non l’avete fatto, leggete anche il precedente articolo “Comunità di Pratica“, perché là troverete le sintesi dei testi, mentre in questo troverete solo i temi che dovevo approfondire per proseguire le chiacchierate dei giorni scorsi. Se volete partecipare anche voi, noi siamo qua a vostra completa disposizione.

Elementi Strutturali di una Comunità di Pratica

Ciboprossimo è molte cose contemporaneamente. E’ a tutti gli effetti una Comunità di Pratica. Il Dominio è noto a tutti, la Comunità è quella dei contatti più stretti, una cinquantina di persone e alcune Pratiche come i Mercati, gli Eventi (come Territori Resistenti), le relazioni con i Blogger (non tantissimi, ne mancano ancora, ma la Pagina vi sarete resi conto che sta cercando di veicolare solo i loro contenuti)  e molto altro. Ha cercato di dare voce, attraverso relazioni molto profonde, a delle Comunità di Pratiche come l’Orto di Cesate, ma non solo. Contemporaneamente è la Comunità Facebook che ha raggiunto i 100.000 fans da poco.  Ma è anche tecnologia. Questa è la parte meno visibile del nostro operato. Ci sarebbe molto da dire sul nostro sito ciboprossimo.net ma non ve lo abbiamo raccontato ancora.

Essendo per noi più importante il percorso che la meta, in questi anni abbiamo preferito fare, ma ci sono dei momenti in cui bisogna avere “il punto barca”, come dice un nostro carissimo amico. Ci piacerebbe vederci come una Comunità di Pratica dove anche la Comunità fosse una sola (tutti i 100.000 senza distinzione) e le Pratiche fossero condivise da tutti. Ma la teoria ci dice che allo stato dell’arte non è così. Ne prendiamo atto e vogliamo migliorare sperando di farlo con tutti voi. Vi terremo aggiornati ma non dimenticate: molto è partito da queste pagine di Wenger e credo che qui stiamo tornando.

 Wenger E., (2006), Comunità di pratica. Apprendimento, significato e identità, Milano, Cortina.

E’ attraverso il continuo richiamo alla comunità di pratica dei liquidatori Alinsu (il caso raccontato e descritto) che gli aspetti concettuali affrontati nei vari capitoli trovano una loro visibilità, quasi fossimo portati a condividere e ripercorrere con Ariel (protagonista di cui il caso descrive una giornata lavorativa) la sua esperienza sensoriale dell’ordine della vita in cui è inserita e che contribuisce a influenzare e modificare, partecipando a un sistema sociale di risorse condivise attraverso cui e dentro cui organizza la sua esperienza, coordina le sue attività, attiva relazioni reciproche, interpreta il mondo. Un ordine che si costruisce progressiva-mente, composto di attività e pratiche interconnesse che cambiano costantemente forma e che collegano dimensioni individuali, collettive, organizzative, istituzionali, attraverso intermediari che possono essere oggetti materiali, artefatti, persone, discorsi, testi… Esso rappresenta il modo in cui Ariel organizza, riconosce, usa e persegue tutto ciò che si rappresenta come compatibile, intelligibile e ordinario rispetto alla sua pratica lavorativa. Il resoconto etnometodologico di una giornata della comunità di pratica dei liquidatori dell’Alinsu restituisci al lettore gli aspetti indessicali attraverso cui essi riescono a capirsi; il modo di ordinare il loro conoscere in pratica e la riflessività mediante la quale rendono comprensibile a se stessi e agli altri ciò che fanno; le ragioni, motivi, le spiegazioni grazie alle quali la loro attività diventa osservabile, rendicontabile, disponibile rispetto ad assunzione responsabilità. È come se l’autore volesse farci non solo comprendere, ma anche cogliere e apprezzare il valore generativo e costitutivo, per la costruzione della nostra storia personale in divenire, del partecipare a pratiche e dell’accesso ai significati in esse situati. [prefazione all’edizione italiana di Giuseppe Scaratti pag. xii ]

Realizzare un’organizzazione che apprende

Ecco gli assunti sui quali si fonda la teoria sociale dell’apprendimento proposta da Wenger: “1. Siamo esseri sociali. Non è affatto un’ovvietà, ma un aspetto centrale dell’apprendimento; 2. la conoscenza è un fatto di competenza per tutta una serie di attività socialmente apprezzate: cantare intonati, scoprire leggi scientifiche, riparare macchine, scrivere poesie, […], etc.; 3. conoscere vuol dire partecipare al perseguimento di queste attività socialmente apprezzate, ossia assumere un ruolo attivo nel mondo. 4. il significato – ossia la nostra capacità di vivere il mondo e la nostra relazione attiva con esso come qualcosa di significativo – è la vera finalità dell’apprendimento” (Wenger 1988: 4). Questa prospettiva mette in evidenza la dimensione dell’apprendimento come partecipazione intendendo per “partecipazione” “…non tanto… [il] coinvolgimento locale in determinate attività con determinate persone, quanto piuttosto […] un processo più inclusivo di partecipazione attiva alle pratiche delle comunità sociali e di costruzione di identità in relazione a queste comunità […] Questa partecipazione influenza non solo ciò che facciamo, ma anche chi siamo e come interpretiamo ciò che facciamo” (ivi). Ecco perché – sottolinea Wenger – una teoria sociale dell’apprendimento deve includere alcune “componenti” (components) essenziali a definire la partecipazione nei termini di un processo di apprendimento e di “produzione” di conoscenza. Queste “componenti” (interconnesse e dotate di capacità di definirsi reciprocamente) sono: “1) significata un modo di parlare della nostra capacità (dinamica) di vivere – a livello individuale e collettivo – la vita e il mondo come qualcosa di significativo; 2) pratica: un modo di parlare delle risorse storiche e sociali, degli schemi di riferimento e delle prospettive comuni che possono sostenere il reciproco coinvolgimento nell’azione; 3) comunità: un modo di parlare delle configurazioni sociali in cui le nostre attività sono definite valide e la nostra partecipazione è riconoscibile come competenza; 4) identità: un modo di parlare di come l’apprendimento modifica la nostra identità e crea delle storie personali in divenire nel contesto delle nostre comunità” (ivi: 5).  [Domenico Lipari sul testo di Wenger nella prefazione a  Coltivare comunità di Pratica Pag 14 ]

La conoscenza risiede nelle competenze

Coltivare comunità di pratica. Prospettive ed esperienze di gestione della conoscenza
di Etienne Wenger , Richard McDermott , William M. Snyder ,

Il fondamento dell’apprendere risiede dunque nella partecipazione sociale a una pratica, la quale può essere schematicamente tematizzata come l’insieme delle condotte degli attori sociali impegnati nelle più disparate attività di relazione con il mondo/contesto (da quelle legate alla sopravvivenza e alla riproduzione delle condizioni materiali di vita, a quelle caratterizzate dalla costruzione di artefatti, a quelle più sofisticate legate all’elaborazione intellettuale, alla politica eccetera). Più in particolare può essere definita come una “… modalità relativamente stabile e socialmente riconosciuta dell’ordinare elementi eterogenei quali, persone, conoscenze, artefatti e tecnologie in un insieme coerente” (Gherardi 2003: 8). La pratica, in quanto processo d’azione stabilizzato e al tempo stesso dinamico, ha luogo in un contesto storico-sociale determinato e coinvolge individui e gruppi nello svolgimento di attività le cui caratteristiche “tecniche”, operazionali e di significato si strutturano, nel tempo, consolidandosi (almeno parzialmente) in abitudini che a loro volta, nella misura in cui si fissano nella memoria collettiva, diventano tradizione e quindi anche punto di riferimento per l’azione dei membri del gruppo.

La condivisione della conoscenza dipende dall’esistenza di una pratica condivisa

La pratica coinvolge integralmente i soggetti impegnati in essa in un modo che esclude distinzioni e dicotomie tra mente e corpo, tra teoria ed azione. Al tempo stesso, è “…un processo mediante il quale possiamo dare significato al mondo e al rapporto che intratteniamo con esso” (Wenger 1988: 51). Il concetto di pratica descrive dunque il fare, “[…] ma non solo il fare in sé e per sé. É il fare in un contesto storico e sociale che dà struttura e significato alla nostra attività. In questo senso, la pratica è sempre pratica sociale. […] Include sia l’esplicito che il tacito. Include ciò che viene detto e ciò che non viene detto; ciò che viene rappresentato e ciò che viene assunto in ipotesi. Include il linguaggio, gli strumenti, i documenti, le immagini, i simboli, i ruoli ben definiti, i criteri specifici, le procedure codificate, le normative interne e i contratti che le varie pratiche rendono espliciti per tutta una serie di finalità. Ma include anche tutte le relazioni implicite, le convenzioni tacite, le allusioni sottili, le regole empiriche inespresse, le intuizioni riconoscibili, le percezioni specifiche, le sensibilità consolidate, le intese implicite, gli assunti sottostanti, e le visioni comuni del mondo. […]

Sviluppare la Pratica: Intimità di Mestiere

Naturalmente, il tacito è ciò che diamo per scontato, che tende perciò a rimanere sullo sfondo. Se non viene dimenticato, tende a rimanere nel subconscio individuale, nella sfera di ciò che sappiamo istintivamente, di ciò che ci viene naturale. Ma il tacito non è più individuale e naturale di quanto esplicitiamo tra di noi” (ivi: 47). La pratica non solo è il fondamento dei processi di apprendimento e il punto di riferimento costitutivo e strutturante di una comunità sociale, ma anche (e soprattutto, sottolinea Wenger) la fonte principale della produzione sociale di significato. Ogni condotta pratica non è riducibile alle funzioni meccaniche associate al fare qualcosa, perché, oltre al corpo ed alla mente, coinvolge anche “ciò che dà significato ai movimenti dei corpi e ai meccanismi dei cervelli” (ivi: 51). Inoltre, in quanto coinvolge gli attori che partecipano alla sua definizione e al suo svolgimento, mette in gioco processi di negoziazione che riguardano proprio il significato delle azioni da realizzare: ciascun agente è parte attiva di questa dinamica di costruzione del significato che ha come esito la co-produzione di senso e, dunque, la generazione di una prospettiva comune e condivisa che, a sua volta, è fonte della “costruzione” di identità individuale e collettiva. Il significato emerge dalle dinamiche negoziali (che la pratica sempre porta con se), le quali sono caratterizzate dall’interazione di due processi complementari e costitutivi della pratica: la partecipazione (intesa nel senso comune di “prender parte” all’azione) che descrive l’esperienza sociale dell’agire e al tempo stesso del coinvolgimento, della connessione, dell’identificazione; e la reificazione che corrisponde alle forme cristallizzate (e consolidate in “entità materiali”: documenti, resoconti, testi programmatici, elaborati progettuali, ecc.) dell’esperienza di costruzione collettiva del significato grazie alle quali, da un lato si struttura il senso di volta in volta negoziato, elaborato e condiviso, e, dall’altro, a partire da esse, si organizza e si orienta ogni ulteriore negoziazione di significato. Questo punto di vista assume la pratica come lo snodo fondamentale per una descrizione dei processi di apprendimento, di costruzione della conoscenza e delle configurazioni sociali che li rendono possibili: in quanto prodotta socialmente attraverso l’azione e la negoziazione di significato, la pratica rende possibile l’apprendimento e istituisce lo spazio della partecipazione degli attori in essa implicati. Sul piano analitico ed interpretativo, a partire dalla pratica è possibile individuare sia i soggetti dell’azione, sia gli oggetti di trasformazione sui quali si esercita l’azione e attorno ai quali si struttura il senso dell’azione e l’identità (soggettiva e collettiva) di quanti ne sono i protagonisti. Ed è a partire dalla pratica che è possibile, infine, identificare il reticolo relazionale degli attori implicati nell’azione ed interessati ad essa.  [Domenico Lipari  nella prefazione a  Coltivare comunità di Pratica Pag. 15 ]

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