Archeologia Arborea

Ma dove mai sarà finito, il fico rondinino di San Sepolcro, di cui parlavano gli antichi manuali? E la pera carovella? Niente, anche lei non si trova più. Estinta? Speriamo di no. Comunque sia, c’è solo una persona in questo mondo che, pazientemente armata di forbici e coltello, non ha ancora sospeso le ricerche e batte a palmo a palmo gli Appennini con la segreta convinzione che un giorno riuscirà nell’impresa di ritrovare proprio quel fico e quella pera. 

Si chiama Isabella Dalla Ragione e per sua stessa definizione è un’archeologa delle piante e degli alberi. «Archeologia arborea» è anche il nome che ha dato al piccolo paradiso in cui vive, sopra il paesino di San Lorenzo di Lerchi, nell’Alta Valle del Tevere, in Umbria, quattro ettari di bosco e quattro di frutteto, con 440 piante e 150 varietà di frutti che sembravano estinti e invece sono stati salvati. Da suo padre e da lei.
Benvenuti nel giardino degli alberi perduti, felice cornucopia dove se la godono come matti uccelli, scoiattoli, lepri e caprioli che ogni giorno vengono qui a fare colazione o merenda con la «mela a muso di bue», la «pera fiorentina», il «fico gigante degli zoccolanti», la «ciliegia limona» e la «susina scosciamonaca». Alzi la mano chi ha mai trovato questi frutti in un negozio oppure al supermercato.


Abbiamo detto «archeologa» perché Isabella Dalla Ragione — e prima ancora suo padre Livio, scomparso nel 2007 — va in cerca delle sue remote piante non solo scarpinando su e giù per la Valnerina. Lei s’avventura nei poderi abbandonati, si spinge fin dentro agli orti chiusi dei conventi. Eppoi spulcia negli archivi dimenticati, consulta i vecchi manuali latini di agricoltura, legge Columella, Varrone, Plinio. Ha riconosciuto la mela «a muso di bue» addirittura nei quadri cinquecenteschi di Dürer e Pinturicchio. E ha trovato la «pera fiorentina» dipinta sulle volte della Palazzina Vitelli a Città di Castello o di Palazzo Bufalini a San Giustino. [Segue…]

Prendiamo le pere, di cui siamo terzi produttori mondiali. Per l’80%, sono Williams, Conference, Abate: trasportabilissime, resistenti, conservabili. Le altre infinite varietà sono finite del dimenticatoio. Eppure, quando nel ‘600 arrivarono in Italia, le tipologie francesi – Passagrassana, Abate, Decana – convivevano insieme alle nostre. Con il legno del pero si facevano le madie, il mobile più importante della casa: liscio, senza tannini, non poroso, perfetto per conservare i cibi e impastarci il pane. I frati del sacro convento di Assisi la sera mangiavano mandorle, noci e le pere Fiorentine cotte, e il pero Madernassa – che dava il pruss gobb – era un toponimo. In generale, sono scomparse le varietà che non si mangiano crude, visto che cuocerle richiede tempo. Eppure la cottura della frutta è stata a lungo una modalità funzionale, a volte indispensabile al consumo. La frutta cotta era venduta in strada dai più poveri, che non avevano altro da offrire. Dare del peracottaio non era un complimento. [Segue…]

Queste parole mi hanno fatto ritornare in mente che ho passato molte ore in un frutteto pieno di molte delle sue piante.  Isabella Dalla Ragione non abita molto lontano dal nostro amico Architetto e come potete immaginare, se vi ricordate un pò di lui, non poteva non averla incontrata e non poteva non portarsi a casa un pò delle sue piante. Ed proprio tra i suoi olivi che già da alcuni anni ha iniziato ad intercalare la pera ubriaca, il fico permaloso, il pruno e i peschi di Isabella.

Avevo preso anche un mandorlo che poi è morto, ma il ramandolo su cui era innestato ha avuto uno sviluppo incredibile.

Sulla collina in cui abita ha piantato anche gelsi bianchi e rossi e anche una pianta di cachi.

Qualche tempo fa, nella stagione di fioritura passavamo il nostro tempo a chiacchierare proprio in quel frutteto e sicuro che, la bellezza sia il miglior tramite per comunicare i messaggi a cui teniamo, ho pensato di condividere con voi quelle foto che scattavamo tra un pensiero e l’altro.

Perché adesso? Qualche giorno fa il freddo improvviso ha gelato molte delle fioriture e i primi frutti di alcuni miei amici. Chiaramente madre natura non si è limitata, per loro sfortuna, solo ai miei conoscenti, per cui la stagione che verrà sarà più magra per molti e lo sarà ancor di più se verrà a mancare il sostegno di tutti noi. Con le dovute proporzioni mi auguro che le foto agiscano su di voi un pò come ha fatto la pittura su Isabella.

È bellissimo scoprire il rapporto tra frutta e pittura, dal linguaggio simbolico – la cornucopia, trionfo di generosità e benessere – alla documentazione storica. In Piero della Francesca o nel Pinturicchio, i frutti sono testimonianza e la simbologia è potente. Penso al bambino che stringe un mazzetto di ciliegie nel polittico commissionato dalla Badessa del convento di S. Agostino. Oppure i quadri di Francesco Melanzio ospitati nel museo di S. Francesco a Montefalco: uno con una ghirlanda di frutta, l’altro con Madonna, bambino e tre ciliegie bianche, dalla dolcezza straordinaria, totalmente prive di acidità. Poter disporre di tante varietà è fondamentale perché ci permette di attrezzarci contro i cambiamenti climatici. [Segue…]

 

 

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