Granoturco Nostrano dell’Isola

Questo granoturco, di cui non si conosce l’origine precisa, è coltivato estesamente nella pianura bergamasca, detta impropriamente «Isola», di forma all’ingrosso triangolare col vertice a sud, delimitata ai lati dai due fiumi confluenti Adda e Brembo e al nord dalle ultime propaggini del monte Albenza. E’ questa una pianura dolce-mente digradante, qua e là corrugata od incisa da antiche erosioni dei due corsi d’acqua che la fiancheggiano profondamente incassati. Il terreno è di medio impasto, argillo-siliceo, povero di calcare, poco pro-fondo, a sottosuolo permeabile spesso ciottoloso, piuttosto magro. Non vi è possibilità di irrigazione e questo granoturco ha potuto affermarvisi in grazia della sua relativa precocità e resistenza al secco estivo. Il «Nostrano dell’Isola» è varietà ad alto sviluppo, ma più affine ai tipi agostani che ai maggenghi. Seminato presto tra gli ultimissimi di marzo e la prima decade di aprile, normalmente è maturo intorno al 10-15 settembre: tra la nascita delle piantine e la raccolta del prodotto si può calcolare passino in media 135-40 giorni. Fiorisce fra la fine di giugno e la metà di luglio con abbondante produzione di polline da pennacchi mediamente ramificati.

Ha radici forti e ben sviluppate. Emette radici avventizie utili dai primi due nodi sopra terra, ma specialmente dal primo, e richiede una non eccessiva rincalzatura. Fra le varietà a grande sviluppo è delle meno alte: misura in media da m. 2 a m. 2,20 partendo da terra per arrivare alla inserzione dell’ultimo lembo sulla guaina. Lo stelo non è molto grosso, ma è consistente, elastico, di una certa resistenza ai venti che sogliono spirare improvvisi e molto violenti durante i frequenti temporali che si scatenano su quella regione pedemontana. Gli internodi si presentano regolari, di giusta lunghezza, in numero di 10-12 in media sopra terra. Il fogliame, almeno nelle coltivazioni dell’«Isola», non è molto abbondante — in relazione con la resistenza al-la siccità — ma vigoroso e sano. Abbastanza buona la resistenza al carbone. In via normale ogni pianta porta una sola spica, ma non sono rari i casi di località od annate in cui si riscontrano frequenti le piante che ne portano due.

Il peduncolo della spica è breve e forte e di rado, e solo ad avanzata maturanza, si piega verso il basso. E’ inserito sullo stelo principale a media altezza da terra, da m. 1 a m. 1,20 al 5° o al 6° nodo. Le brattee, per quanto non tanto numerose, coprono bene tutt’attorno la spica: sono però corte e non portano che di rado brevi espansioni lembari. In molti casi — e questo è l’unico difetto un po’ grave della varietà, difetto però che è possibile eliminare per selezione — l’apice della spica sporge fuori dalle brattee, talora persino per oltre 3 centimetri : i teneri chicchi che lo rivestono sono predati dagli insetti e per effetto del sole e delle intemperie la parte scoperta annerisce. Il difetto è pertanto quasi soprattutto estetico, in quanto le spiche cosi annerite sono di solito le più lunghe e grosse e portano la maggiore quantità di seme. Del resto questa varietà, anche nelle spiche normalmente coperte dalle brattee, presenta l’apice spessissimo privo di semi, per quanto in misura molto limitata. La spica è generalmente lunga intorno ai 22-25 centimetri, subcilindrica, ben vestita, con in inedia 14 file di granelli variazione più comune 16 file, variazioni estreme eccezionali da 1o a 18. Le file possono essere diritte o elicoidali, irregolari soltanto alla base dove spesso si nota un caratteristico ingrossamento. Le cariossidi si contano in media da 45 a 50 per ogni fila; sono liscie, tondeggianti nella parte superiore (esterna), leggermente compresse, poco profonde. Hanno lo scudetto bene sviluppato, l’endosperma quasi interamente corneo, di un bel giallo aranciato traslucido. La parte di endosperma farinoso, molto esigua, posta all’interno a circondare il germe, traspare superiormente come una piccola macchia gialla opaca più o meno profonda attraverso all’endosperma vitreo. Il tutolo è bianco esternamente: all’interno è leggermente roseo o grigio e corrisponde al 15-17 % del peso totale della spica.

I semi vi sono saldamente infissi in alveoli ben marcati. Il peso medio di una spica è di gr. 250-27o. Cento semi pesano in media 30-32 grammi. Il  peso di un ettolitro varia da 74 a 76 chilogrammi. La produttività è assai buona; essa si mantiene nella media sui 38-40 quintali per ettaro. In annate eccezionalmente siccitose può scendere anche sotto ai 25 quintali, mentre in annate molto favorevoli può raggiungere e superare i 50 quintali. Pure alto è il valore commerciale e industriale. Secondo Venino questa è la varietà che, al Concorso del 1914 fra produttori bergamaschi di granoturco, ha dato la maggiore resa alla macinazione, e precisamente il 47 % di fioretto, il 30 % dì farina nostrana e 11 % di farinetta. Da ripetute analisi da noi eseguite su materiale di diverse annate e proveniente da varie località, risulterebbe che la composizione oscilla normalmente entro i seguenti limiti:
Umidità da 13 a 14,5%
Grasso greggio da 4,5 a 5,5%
Proteina da 9 a 12%
Eccezionalmente si hanno ricchezze in grasso del 6 % e di proteina fino al 13 %: per quest’ultima in alcune famiglie in via di selezione ci si è molto avvicinati al 14 %.  Quanto sopra ho esposto mostra, insieme con qualche difetto, i molteplici pregi di questa varietà. Essa è abbastanza ben fissata, ma ancora vi si riconosce facilmente la mescolanza, da cui proviene, di parecchi tipi affini. Il centro della produzione è situato nell’area compresa fra i villaggi di Chignolo, Madone, Bottanuco, Suisio e Medolago. A Chignolo eccelle l’azienda del Conte A. Roncalli, diretta dall’Agente sig. P. Chiappini, con una coltivazione dí circa centocinquanta ettari: essa coltiva il tipo migliore sia per precocità che per sviluppo ridotto, produttività e qualità. A Madone, nell’Azienda «Rodi» dei signori Fratelli Finardi si ha un tipo più alto e robusto, più ricco di fogliame, pure esso assai pregevole, ma dí una settimana circa più tardivo. Fra questi due tipi, che sono i meglio fissati, si hanno altre sottorazze più o meno fra loro mescolate — o inquinate per vicinismo con sangue di altre varietà del tutto diverse (maggengo bergamasco, scagliolo, denti di cavallo diversi, ecc.) — che trovansi nel rimanente dell’«Isola» fìno alle prime pendici dei monti, o anche fuori di essa in vicinanza dei due fiumi Adda e Brembo. Il «Nostrano dell’isola» prima della guerra, fu oggetto di una attiva esportazione di semente, coronata da lusinghieri risultati, da parte principalmente del benemerito Consorzio Agrario Cooperativo di Bergamo. Esso si mostra adatto in particolare ai terreni meno pesanti del Piemonte, cli quasi tutta la Lombardia, di buona parte del Veneto e del Friuli e anche di alcune piaghe dell’Emilia e Romagna. Questa esportazione, interrotta negli anni di guerra, pure essendo stata ripresa in questi ultimi tempi, è ancora lontana dall’avere riacquistata l’importanza primitiva, ma si nutrono buone speranze di riattivarla, come indubbiamente merita, nei prossimi anni.
Il «Nostrano dell’Isola» da oltre tre anni è oggetto, presso la Stazione Sperimentale di Maiscoltura di Bergamo, di un lavoro di miglioramento, intorno al quale fu riferito già su queste stesse colonne nel numero di dicembre del 1923.

Curno (Bergamo), giugno 1924.

T. V. ZAPPAROLI (*)
Dal 1920 Direttore della Stazione Sperimentale di Maiscoltura
L’ITALIA AGRICOLA, n° 7 luglio 1924

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