Per Una Vita Migliore ovvero il Libro dell’Autosufficienza – John Seymour

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Il pomeriggio che siamo arrivati, sono corso subito nell’orto. Era cambiato, da quando l’avevo visto nascere molti anni fa. Era molto ordinato.  Gli alberi delle gocce d’oro erano diminuiti per lasciare spazio a fichi, pere coscia e cotogne, noccioli e altro. La vite stava in un angolo e gli ulivi silenziosi circondavano il tutto. L’insalata troneggiava come una regina sotto un telo verde. Zucche e zucchini camminavano tra i piedi, come è giusto che sia. Le prime strisciando si arrampicavano anche sulla rete, raggiungendo una discreta altezza.

Melanzane e peperoni si aggrappavano piccoli alle loro piante sapendo che quella era la dimensione più grande che avrebbero potuto raggiungere. Se vuoi sentirne il gusto migliore li devi cogliere ancora piccoli.

I pomodori erano ancora verdi. Dovrei smettere di svernare ai tropici per seminare più presto! Ma mi accontento e vedrai che prima che tu parta saranno maturi. A proposito mi dai una mano che devo spostare questi residui organici per pacciamare i pomodori?

Lo seguo da una parte all’altra dell’orto e scopro l’area dedicata alla compostiere con il giusto spazio lasciato anche al letame. Me lo danno dei miei amici bergamaschi. E’ di cavallo ed è più che bio. Stanno qua sulle colline in un posto bellissimo e fanno una lavoro incredibile con gli animali. Gli do le piantine e coltivano anche loro i miei pomodori.

La mia totale imbranataggine nei lavori manuali viene subito allo scoperto e diviene oggetto di discussione. Iniziamo a raccontarci quanto è avvenuto dalla nostra ultima visita che ormai risale all’alba dei tempi. E’ evidente che lui ha “coltivato” la sua passione con successo. Meno è evidente che io avrei iniziato a seguirlo con “Ciboprossimo“.  In questi anni i fili che ci univano sono aumentati a dismisura. Ormai l’ordito è comune ma le trame che compongono le nostre storie sono molto diverse le une dalle altre.

Presto scopriamo vicendevolmente che Fukuoka, la permacoltura, il bio, i semi antichi, la preservazione delle varietà sono concetti comuni. Lui li applica io li racconto.

Le chiacchiere vengono interrotte dai pomodori. Dai semi della stessa bacca sono nate cinque piante dalle foglie completamente diverse. Il mio telefono documenta le differenze e le domande vengono girate alla rete di esperti che in questi anni ho avuto modo di tessere. Dal pratico al teorico in un batter d’occhio.

La risposta arriverà all’indomani e confermerà quanto già aveva detto il seed sever locale, perché anche qui ci sono ormai scambi di semi. Il nome dato alla varietà dal “continente” non corrisponde a quello con cui lo chiamavano a Roma, ma che importa?

Con un mood così piacevole e buono era ovvio scherzare se quanto stavo vedendo aderisse o meno ad una o all’altra scuola di pensiero. L’orto era convenzionale, bio, sinergico, in permacultura? Un pò di tutto e niente di tutto?

I capelli bianchi che circondano le nostre teste hanno fatto convergere la teoria e la pratica su un’affermazione che abbiamo subito accettato. Se ci poniamo l’obbiettivo di creare un’ambiente adatto ai semi che ci produciamo, la Natura ci guiderà ad ottenere il miglior risultato possibile formandoci anche come persone. E’ sottinteso l’abbandono di qualsiasi input esterno, estraneo al ciclo naturale.

Sostanzialmente un metodo euristico per poter imparare dal cibo che produciamo. Se oggi riesco a dar da mangiare, in questo caso vegetariano, ad undici persone, ho ottenuto un grande risultato, soprattutto se lo faccio nel totale rispetto della Natura. Ma quando sono partito, vuoi perché neofita, vuoi perché il terreno non era ancora quello giusto, vuoi perché il vicino con i suoi diserbi influenzava anche la mia terra, vuoi per questo o per quello avevo una produzione minimale. Ogni anno cambiavo e imparavo dalle mie scelte. Limitando quanto veniva dall’esterno, dai semi a qualsiasi altro componente, ho imparato a conoscere la mia terra e piano piano insieme ai miei semi abbiamo imparato a convivere l’un l’altro trovando l’equilibrio migliore per raggiungere quello che abbiamo.

All’imbrunire ci siamo incamminati verso casa. Una volta arrivati, corre nel salotto, e mi porge un libro del 1977.

Ecco da dove sono partito! L’anno prima, ero a Londra e, insieme ad un gruppo di amici, avevamo deciso di tornare per fare una comune agricola. Tra il Canada e l’Italia abbiamo scelto la patria di origine. La comune non l’abbiamo fatta ma le idee le ho portate avanti, per il resto giudica tu.

Affascinato apro la copertina e inizio a scorrere le pagine. Eh già, come ho fatto a non capirlo prima? E’ successo anche a me, qualcuno ci è passato prima e lo ha raccontato. Chi ne aveva l’intenzione lo ha scoperto e ha iniziato a fare, imparando a sua volta. Ecco perché ne ho fotografato alcune pagine e ve le propongo perché se siete qua avrete un mood comune e magari qualche ottima indicazione d’annata vi riconnette a quanto di buono stavo vivendo.

La via all’autosufficienza

Ora, sia che si abbia come appezzamento a disposizione un orto dietro case, o un pezzetto di terra in città o una fattoria da cinquanta ettari, oppure che sua soci di una comunità proprietaria di cinquecento ettari, i principi da seguire sono sempre gli stessi. Bisogna cercare di lavorare con la Natura, non contro di essa, bisogna, entro i limiti delle proprie necessità, emulare la Natura nei suoi metodi. Cosi, se si vuole migliorare o conservare la feracità della terra, bisogna ricordare:

1 Una monocoltura, cioè la coltivazione di un unico tipo di derrata sul fondo, un anno dietro l’altro, dovrebbe essere evitata. Gli organismi dannosi che attaccano ogni tipo di vegetale si moltiplicano a macchia d’olio su un terreno che viene coltivato sempre con lo stesso raccolto. Inoltre, ogni tipo di prodotto ha necessità diverse e restituisce sostanze diverse alla terra.

2 Tenere un’unica specie di animali sul fondo dovrebbe essere evitato, per le stesse ragioni che sconsigliano la monocoltura. I vecchi esperti dell’« alta agricoltura » dicevano: « Un recinto pieno di buoi tiene pieno il granaio ». In altre parole, il concime degli animali è buono per la terra. Un allevamento misto è sempre meglio di uno a specie unica, e il pascolo a rotazione è il migliore di tutti: fare pascolare gli animali alla cavezza o in recinto sul terreno una specie alla volta, in modo che lascino direttamente sul campo il loro letame (e le inevitabili uova dei parassiti) interrompendo cosi il ciclo vitale dei parassiti stessi. Far seguire una specie all’altra nel corso di questa rotazione dovrebbe essere pratica da osservare appena possibile.

3 Preparare pascoli, farli brucare e alla fine ararli, seppellendo le radici e gli steli troncati.

4 Praticare la « concimazione verde » (sovescio), cioè se non volete coltivare un determinato prodotto per il pascolo o per la fienagione, lasciatelo crescere egualmente, e poi rivoltatelo sotto terra con l’aratro, o meglio ancora con un frangizolle a dischi o altri strumenti.

5 Evitate di arare troppo o troppo profondamente. Seppellire lo strato superficiale e portare all’aria lo strato sottostante non è buona pratica. D’altra parte, l’aratura a rastro, cioè il taglio di solchi con un aratro a coltri non rovescia il terreno, contribuisce a un buon drenaggio, spacca le zolle dure, che si formano sotto la superficie e non fa che bene.

6 Non lasciate nuda ed esposta alle intemperie la terra più di quanto non sia assolutamente necessario. Coperta di vegetazione, anche se fossero solo erbacce, non subirà erosioni e non si danneggerà, come avverrebbe, invece, se fosse lasciata nuda. Un raccolto in crescita assorbirà e immagazzinerà azoto e altri elementi dal terreno, e li restituirà quando andrà in decomposizione. In un terreno nudo, invece, molti elementi nutritivi delle piante vengono « dilavati » e comunque si disperdono.

7 Badate al drenaggio. Un terreno fradicio d’acqua non utile, e peggiorerà sempre, a meno che, naturalmente non possiate coltivarvi riso, o tenervi dei bufali, che amano l’acqua e il fango.

8 Rispettate, sempre, la Legge della Restituzione. Tutti i residui delle colture e degli animali dovrebbero essere restituiti alla terra. Se vendete qualche sottoprodotto, finirete per doverne acquistare dell’altro, di egual valore concimante. La Legge della Restituzione dovrebbe applicarsi anche agli escrementi umani. Se questa legge è rispettata, è teoricamente possibile mantenere, se non proprio accrescere, la fertilità di un appezzamento di terra, anche senza animali. E’ necessaria una accurata preparazione della composta dei residui vegetali ma vale la pena di notare che su un appezzamento sul quale non c’è bestiame, e che mantiene un alto grado di feracità, quasi sempre è necessario importare materiale vegetale, e molto spesso, anche sostanze ad alta energia, come attivatori della concimaia. Alghe marine ove possibile, fogliame marcio dai boschi, foglie morte dai servizi di nettezza urbana cittadini, verdura andata a male dagli erbivendoli e dai mercati, paglia o fieno guasto, ortiche o felci, tagliate da un terreno comune o da un terreno incolto o dal campo del vicino: tutto questo materiale verde residuo è utile e accrescerà la feracità del terreno che non he bestiame. E difficile capire perché dare roba verde agli animali affinché la depongano nuovamente sul terreno sotto forma di letame dovrebbe essere meglio che deporla direttamente sul terreno, ma si può cercare di dimostrarlo. Non vi sono dubbi come sa ogni agricoltore con un pò di esperienza, che esiste una potente magia la quale trasforma i residui vegetali in un concime di straordinario valore, facendolo passare attraverso l’apparato digerente di un animale. Quando ci si rende conto che animali e vegetali si sono evoluti contemporaneamente sulla nostra terra, forse la cosa non sorprende più. La natura non fornisce, apparentemente, alcun esempio di ambiente vegetale privo di animali. Perfino i gas, inspirati ed espirati da questi due diversi ordini di esseri viventi, sembrano essere complementari: le piante assorbono anidride carbonica ed emettono ossigeno, gli animali fanno esattamente il contrario.

Vegetariano o no

Essere o non essere vegetariano: questo e il problema che potrebbe (ma che non deve) disunire noi coltivatori del metodo organico. Ora non v’è la minima ragione perché vegetariani e no non possano vivere felici fianco a fianco. I vegetariani, dal canto loro, dicono che occorrono tot unità di proteine vegetali per alimentare un animale e fargli cosi produrre una unità di proteina sotto forma di carne. Di conseguenza sarebbe meglio che l’uomo eliminasse gli animali e si nutrisse direttamente di proteine vegetali. I non vegetariani fanno notare che le unità di proteina che non vengono trasformate direttamente in carne non sono sciupate: sono restituite al terreno sotto forma modificata, per migliorarne la fertilità e far crescere più derrate. I vegetariani sostengono che è crudele uccidere gli animali. I non vegetariani fanno notare che è necessario qualche elemento per controllare la crescita della popolazione di ogni specie: o predatori (come i non vegetariani!), o malattie, carestia, e fra questi, i predatori sono probabilmente i più umani. Essere vegetariani è un fenomeno quasi completamente urbano, o di grande città, ed è possibile che sia dovuto al. fatto che i cittadini sono stati per tanto tempo lontani dagli animali da tendere all’antropomorfismo. I non vegetariani umani (e io sono fra questi) sostengono che gli animali dovrebbero essere tenuti nelle condizioni il più possibile vicine a quelle nelle quali essi si sono naturalmente evoluti, trattati umanamente e senza alcuna crudeltà o atto indegno, e, al momento opportuno, abbattuti rapidamente e, soprattutto, senza lunghi viaggi di trasferimento verso mercati o macelli lontani. Questo è perfettamente possibile su un appezzamento autosufficiente, e gli animali non debbono avere alcuna premonizione che possa loro accadere qualcosa.

Detto tutto questo, dirò ancora che è perfettamente possibile vivere una esistenza, autosufficiente in un appezzamento privo di bestiame, e che è perfettamente possibile vivere sani con una dieta senza carne. E’ anche possibile fare il contrario.

Un Appezzamento Da Mezzo Ettaro

Ciascuno la pensa a modo suo, circa la conduzione del proprio terreno, ed e poco probabile che si possano trovare due proprietari di un piccolo appezzamento da mezzo ettaro che si valgano dello stesso piano e degli stessi metodi. A uno piacciono i bovini, altri li temono. Ad alcuni piacciono le capre, altri non riescono a tenerle lontane dal loro orto (io non ci sono mai riuscito e non conosco molta gente che in questo abbia avuto successo). Alcuni non vogliono abbattere i loro animali e vendono quelli in eccedenza a chi li macellerà, altri non vogliono vendere affatto perché sanno che quelle bestie andranno a morire. Alcuni sono felici di tenere più bestiame di quanto la loro terra non possa nutrire, e di acquistare foraggio, mentre altri considerano questa pratica contraria ai principi dell’autosufficienza.
Per conto mio, se avessi un mezzo ettaro di buon terreno ben drenato, credo che mi terrei una mucca e una capra, qualche maiale e una dozzina di galline. La capra mi fornirebbe latte quando la mucca non ne fa. Potrei, anzi, tenerne due o tre, di capre. La mucca (una Jersey), la terrei perché fornisca latte per me e per i maiali, ma soprattutto perché mi fornisca a mucchi quel suo meraviglioso letame. Perché se voglio ricavare qualcosa da vivere dal mio mezzo ettaro, senza doverci spargere su una quantità di fertilizzante artificiale, dovrò somministrargli molto concime animale.

Ora, questo mezzo ettaro, potrà bastare appena a sostenere la vacca e niente altro, per cui senza farmene il minimo complesso, dovrei comprare quasi tutto quello che occorre alla bestia. Comprerei quindi tutto il fieno, molta paglia (a meno di non poter tagliare felci da un appezzamento in comune), tutto il mio orzo e un po’ di farina di grano, e forse anche un po’ di proteine nobili, sotto forma di farina di legumi o farina di pesce (anche se prevederei di coltivare legumi io stesso).
Si può sostenere che è ridicolo pretendere di essere autosufficienti quando si debbono comprare tutte queste derrate. Vero, si coltiverebbe la maggior parte del foraggio per le vacche, per i maiali e per i polli: bietole da bestiame, bietole da foraggio, cavoli, patate minute, consolida, erba medica e tutti i prodotti dell’orto che non vengono passati all’alimentazione umana. Ma bisognerebbe pur sempre acquistare, diciamo, una tonnellata e mezza di fieno all’anno, e almeno una tonnellata di cereali di vario genere, compreso il grano da panificazione, e una tonnellata o due di paglia. Perché io non prevederei di coltivare grano o orzo su un appezzamento tanto piccolo come quello di mezzo ettaro: mi concentrerei su prodotti più cari dei cereali e su derrate che è più importante avere a disposizione fresche. Inoltre, la coltivazione di cereali su superfici limitate è spesso impossibile a causa dei danni troppo gravi provocati dagli uccelli, pur essendo riuscito ad allevare bene frumento nel mio orto.
Il problema principale è avere una mucca o no. I pro e contro sono molti e svariati. Avere una mucca significa in particolare salvaguardare la salute di una famiglia e favorire la conduzione di un appezzamento. Se voi e i vostri bambini avrete a disposizione molto latte buono, fresco, non pastorizzato e non adulterato, oltre a burro, latticello, formaggio molle, formaggi duri, yoghurt, latte acido e siero, sarete una famiglia sana ed è detto tutto. Una mucca fornirà la base completa per la buona salute. E se i vostri maiali e i vostri polli avranno la loro parte dei sottoprodotti, anche loro saranno belli, sani e prospereranno. Se il vostro orto avrà molto concime di mucca, sarà anch’esso in eccellenti condizioni. La mucca in questione sarà la base di tutta la vostra salute e del vostro benessere. D’altro canto, il foraggio che dovrete comprare per questa bestia vi costerà forse trecentomila lire all’anno. Provate a fare il conto di quello che vi costerebbero latte e latticini in un anno, per tutta la famiglia (e vedrete che sarà una bella cifra), e sarà tutto risparmiato: aggiungetevi l’aumentato valore delle uova, della carne dei polli e dei suini (si può calcolare che in valore, un quarto della carne dei vostri maiali sarà merito della mucca) e metteteci sopra anche il sempre crescente tenore di fertilità del vostro terreno. C’è, però, un lato negativo, ed è serio: la mucca bisogna mungerla. E questo vuol dire affrontare l’animale due volte al giorno per almeno dieci mesi all’anno. Non ci vuole proprio tanto tempo per mungere una mucca (bastano forse otto minuti), ed è un divertimento, quando lo sapete fare bene e si ha a che fare con una bestia tranquilla, ma bisogna pur sempre farlo. Per questo, l’acquisto di una mucca è un passo molto importante, e non dovrete farlo a meno che non intendiate rinunciare alle vacanze o ai viaggi, o che non abbiate qualcuno che sappia e voglia mungerla per voi. Certo, e un po’ come avere in casa un pappagallino: qualcuno deve pur dargli da mangiare e pulirgli la gabbia. Cosi vediamo di pianificare il nostro mezzo ettaro tenendo presente che ci terremo sopra anche la mucca.

Se vi ha incuriosito e la quantità omeopatica che vi ho passato non vi è sufficiente qui potete trovare una copia in inglese della Per Una Vita Migliore ovvero il Libro dell’Autosufficienza – John Seymour    oppure, sempre che torni disponibile,  potete acquistarlo ad esempio su Amazon .

One Reply to “Per Una Vita Migliore ovvero il Libro dell’Autosufficienza – John Seymour”

  1. Grazie dell’articolo. Ne approfitto per aggiornarvi sulla mia strada verso l’autosufficienza. A 5 anni dal mio trasferimento in campagna (mantenendo il lavoro di free lance in rete, per portare a casa il reddito necessario), ho fatto molta esperienza e moltissimi errori. Quello delle lumache l’ho pagato caro (20mila euro buttati), l’esperienza delle mucche è stata intensa ma troppo faticosa, i costi per i macchinari ed i concimi sono elevati, la redditività è pari a zero… Tuttavia ho imparato a curare i castagni ed ora ho una produzione eccellente. Ho piantato 150 piante di mirtillo ed in questi giorni li sto raccogliendo. Sono buonissimi e vanno a ruba tra gli amici ( i quali me li pagano 7 euro al kg. mentre il grossista me ne offre 3). Ho abolito il round up e i diserbanti. Ora mi accingo a fare lo spietramento dei 7.000 metri lasciati liberi dalle lumache. Sono indeciso se tentare con l’orzo (per la birra) o il farro (biologico, per alimentazione). Quest’ultimo è molto consigliato per rigenerare il terreno e per scacciare le erbacce. Ed inoltre lasciando in terra la sua paglia, posso fare organico e pacciamatura per gli anni successivi. Qui mi troverò di fronte al problema dei semi. Qualcuno mi può aiutare nel trovare semi di orzo e di farro? Saluti a tutti. Romano Calvo. Sant’Albano Stura (CN).

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