Il futuro dell’autosufficienza di John Seymour

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Vi ricordate? Sono state le foglie molto particolari dei pomodori nati quest’anno nell’orto di un mio amico che ci hanno fatto incontrare il libro di John Seymour.

Se in Per una Vita Migliore Ovvero Il Libro dell’Autosufficienza avevamo tracciato i contorni dell’agricoltura che ci piace e nel successivo articolo su I Pomodori di John Seymour ovvero l’Autosufficienza 40 anni dopo avevamo descritto come quel testo possa diventare il volantino di propaganda per acquistare le cassette da Esselunga oggi, ci piacerebbe capire cosa sia veramente l’autosufficienza e come questa, da utopia per pochi, possa diventare in realtà il paradigma di cui abbiamo bisogno per vivere tutti in un mondo migliore.

L’autosufficienza predicata da John Seymour è sicuramente un modello per superare e non solo per uscire dal sistema vigente. Se i prodotti sono legati strettamente ai sistemi distributivi che li propongono, tutto quello che produce un appezzamento di terra pensato per rendere autosufficienti i suoi abitanti è nella sua essenza qualcosa che va al di là di quello che conosciamo e implicitamente rende i suoi prodotti non sussumibili dalla Grande Distribuzione Organizzata visto che ne rappresenta l’antitesi.

Come d’abitudine sentiamo prima come John condurrebbe un fondo di due ettari. Se avete un fondo da mezzo ettaro spero che non vi siate persi le sue indicazione su come coltivarlo utilizzando o meno una mucca.

Il Fondo da Due Ettari

I principi base descritti per la conduzione di un fondo da mezzo ettaro valgono in generale anche per appezzamenti più vasti. La differenza principale sta nel fatto che se avete, diciamo, un paio di ettari di terreno da medio a buono, in una zona a clima temperato, e se ci sapete fare, potete coltivare tutto quel che è necessario a sostenere una famiglia numerosa, tranne tè e caffè, che crescono solamente ai tropici. E potete certamente fare a meno di questi generi. Potete coltivare grano da pane, orzo per birra, ogni genere di verdure, allevare ogni specie di animali per carne, uova, e api per il miele.
Ogni uomo è diverso, e lo stesso vale per gli appezzamenti, ma ecco qui uno schema possibile: Lasciando da parte circa mezzo ettaro per la corte colonica, per l’orto e per il frutteto, il resto si può dividere in otto campi da 2000 mq. Sarà necessario cintarli sempre, e basterà un recinto elettrico. Oppure, se preferite le pastoie, mettetele alle mucche, ai maiali, alle capre se ne avete, senza usare i recinti. Io ho provato una volta a mettere le pastoie a una pecora, ma la povera bestia mi è morta crepacuore.
La rotazione dovrebbe essere nell’ordine: erba (per tre anni), grano, bietole, patate, leguminose, orzo seminato con erba e trifoglio, erba per tre anni.
Questo vi lascerebbe, naturalmente, soltanto un 6000 mq di pascolo, ma sarebbe pascolo molto produttivo, e in una annata buona potrebbe essere consolidato da dieci quintali di frumento, duecento quintali di bietole da foraggio, quaranta di patate, cinque di legumi e sette circa di orzo. Dal vostro pascolo potreste riuscire a ottenere una ventina di quintali di fieno, e avere ancora erba sufficiente per farvi pascolare le mucche fino all’autunno inoltrato.
Naturalmente esistono mille schemi diversi da questo. E l’elasticità è alla base di ogni buona conduzione. Potreste, per esempio, seminare patate dopo l’aratura del pascolo, facendole seguire l’anno dopo dal grano. Oppure coltivare avena oltre all’orzo, o avena oltre al grano. Provate a coltivare anche un po’ di segale: utilissima se avete un appezzamento di terra leggera e asciutta, o se volete buona paglia da intrecciare, o se vi piace il pane di segale. Potete coltivare meno leguminose e tentare di coltivare tutta la vostra terra arabile in quattro appezzamenti invece che in cinque, mettendo a foraggio una superficie maggiore. Scoprirete che potete usare a pascolo una parte del vostro frutteto, per esempio, soprattutto se gli alberi sono a fusto alto e non corrono rischi di danni da parte del bestiame. Naturalmente se la zona fosse adatta provate a coltivare granturco, al posto dell’orzo, e forse al posto delle bietole o delle patate. Una buona idea è quella di informarsi presso i vicini sui raccolti che riescono meglio. Quanto al bestiame, potreste tenere un cavallo per farvi aiutare nei lavori, o procurarvi un piccolo trattore da giardino. I maiali sono utili per eseguire la dissodatura. Con due ettari, potete pensare di tenere abbastanza scrofe per giustificare la presenza di un verro. Quattro è probabilmente il minimo: noi abbiamo tenuto sei femmine con un verro per molti anni, ed è stato un vero e proprio investimento. Infatti, nella media fra gli anni buoni e cattivi, sono stati proprio loro a pagare tutti i nostri conti: hanno ragione gli irlandesi a definire il maiale « quel signore che ci mantiene ». Ma i maiali non vi manterranno bene se non riuscirete a produrre da soli buona parte del loro alimento. Potete considerarli i vostri contadini, pochi o tanti che siano: vi lavoreranno con gli zoccoli il vostro quinto d’ettaro all’anno, grufoleranno fra le stoppie dopo il raccolto del grano, ripuliranno gli appezzamenti a patate o a bietole dopo la raccolta e in generale faranno da spigolatori e da spazzini. Anche il pollame deve entrare nella rotazione, il più possibile. Mettetelo sulle stoppie del grano e dell’orzo, e si nutrirà per qualche tempo degli avanzi, oltre a fare un eccellente lavoro di razzolatura di larve e di vermi. E se lo manderete sul campo dopo che i maiali hanno fatto il loro lavoro, ripulirà il terreno dai parassiti e troverà sempre qualcosa da razzolare. Anatre, oche, tacchini, conigli, colombi: i vostri due ettari forniranno spazio e cibo a sufficienza per tutti, e anche ottime carni per variare la vostra dieta. Suggerirei di tenere un paio di mucche, in modo da avere un’abbondante fornitura di latte per tutto l’anno: ve ne sarà abbastanza per fare dell’ottimo formaggio da stagionare, che mangerete d’inverno, e abbastanza siero e latte scremato da somministrare ai maiali e al pollame. Se allevate un vitello all’anno, e lo tenete un anno e mezzo o due, e poi lo macellate, avrete carne di manzo a sufficienza per tutta la famiglia, naturalmente se avete un congelatore. In caso contrario, potete vendere il manzo e con il ricavato acquistare quarti di carne dal macellaio, o meglio ancora, mettervi d’accordo con altri vicini, per macellare a turno una bestia, e poi dividervi la carne, in modo da consumarla prima che vada a male. D’inverno, una carcassa può durare anche un mese, senza speciali procedimenti.
Quanto alle pecore, su un appezzamento abbastanza piccolo, sono un problema, perché hanno bisogno di un recinto molto solido, e inoltre è poco economico tenere un ariete se non avete almeno sei femmine. Ma potete tenere degli agnellini, fare accoppiare le femmine col maschio di un vicino, e allevare poi i piccoli, così avrete carne e lana.
Quanto sopra è semplicemente un quadro introduttivo sul modo in cui può organizzarsi come coltivatore autosufficiente il proprietario di un paio di ettari di terreno. Ciascuno vorrà fare le proprie scelte a seconda delle circostanze, delle dimensioni della propria famiglia o della comunità in cui vive, e della natura della sua terra. Ma il contenuto di questo libro mira a fornirgli il massimo aiuto pratico possibile per la scelta e la conduzione del suo appezzamento, per trarre il massimo vantaggio dalle coltivazioni e dal bestiame e per renderli elementi produttivi nella ricerca di una vita migliore.

Tra un orto e l’altro

Incuriosito da quanto avevo sentito in quell’orto di pomodori sono andato a far visita a due aziende di circa 30 ettari l’una, sono stato più volte in un orto sociale dalla struttura molto sofisticata, in una cascina tutta da inventare, in un orto di montagna e in un frutteto. Ho visto anche un supermercato pieno di prodotti locali e ho passato una piacevole serata da un pizzaiolo che sono 30 anni che fa la pizza con prodotti di agricoltori suoi amici. Se non riuscivo a incontrare le persone, sopperivo con lunghi colloqui telefonici.

A giudicare dalla terra, che ha imbrattato parecchio le mie scarpe, ho la sensazione che del libro di John tutti siano riusciti a implementare le componenti produttive ma che l’aspetto utopico in qualche modo sia sfuggito, esattamente come è successo al mio amico che è riuscito a coltivare un appezzamento di terreno come Seymour indicava, ma l’idea di community agricola che l’aveva portato a comprare il libro non ce l’ha proprio fatta a costruirla e ha dovuto fare tutto da solo.

Da quanto mi hanno detto ho capito che la produzione non è un problema ma organizzarsi perché i ricavi dalla vendita siano soddisfacenti per ripagare i costi sostenuti, per molti sembra essere una chimera. Sembrerebbe dunque che la parte agronomica della lezione di John sia stata compresa, ma a questa non è corrisposta un’autosufficienza economica e il dover trovare i soldi per pagare una bolletta o per condurre una vita dignitosa li riporta con i piedi per terra. Il riscontrare anche da noi quanto avevamo già detto anni fa a proposito delle
piccole aziende agricole americane tarpa sicuramente le ali ai sogni.

L’altro elemento carente è quello sociale. Sono tutti soli o al massimo con il proprio nucleo familiare ristretto o allargato. Quello che è interessante a proposito di questo aspetto è comunque il contatto con situazioni comunitarie spesso e volentieri come animatori con ruoli di guida.

L’impressione è che siamo riusciti a fare tanti fondi, ognuno per sé, ma che non siamo riusciti a farli diventare un modello alternativo.

Tra un supermercato e l’altro

Chiudete gli occhi e ditemi qual’è la prima immagine che vi viene in mente quando pensate all’acquisto di cibo? Nonostante abbiate gridato contro EuroSpin perché compra i pelati con aste al doppio ribasso avrete sicuramente evocato un’immagine parente della Orchard Mall di Singapore. Ho messo quella foto perché i suoi colori e le sue luci rappresentano il massimo delle risorse messe in campo dal sistema attuale nel colonizzare il nostro immaginario.

D’altro canto cosa potevate evocare? Un mercato contadino, una cascina, un CSA, una polenta nel paiolo? Sicuramente no, sia perché sono tutti diversi tra loro ma soprattutto perché parte del loro immaginario è già stato sussunto dai prodotti a banco della GDO e tutto quello che caratterizza i prodotti in modo intangibile non è ancora riuscito a creare un’immagine che riesca ad evocare le sue caratteristiche.

Se non riusciamo neanche ad immaginarlo come faremo mai ad attuarlo? O meglio come faremo a comunicarlo a quelli che vorremmo condividessero il nostro sogno?

Un mondo autosufficiente

Tornando dall’ennesima gita all’orto, con la sensazione che l’entusiasmo per il testo di Seymour fosse legata ad un passato improponibile mi venne alla mente il titolo del libro: Per una Vita Migliore Ovvero Il Libro dell’Autosufficienza e naturalmente la domanda: Ma qualcuno di quelli che ho intervistato ha perseguito l’autosufficienza fino in fondo? L’agricoltura è una strada per perseguire l’autosufficienza ma la prima può esistere senza la seconda e non viceversa.

Sì i pomodori sono stati coltivati seguendo Seymour ma l’implementazione della coltura del fondo non aveva come fine l’autosufficienza dei suoi abitanti. Se non metto questa alla base del modello è evidente che posso giudicare il mio operato solo secondo le metriche del sistema convenzionale. Se il modello di Seymour, adattato, fatto evolvere con la mia esperienza è in grado di rendere alimentarmente autosufficiente la mia comunità sono fuori dal sistema vigente. Se lo adottassero tutti  supereremmo il sistema vigente.

E non stiamo parlando di un ritorno ad un mondo bucolico come le immagini del libro sembrano evocare. Stiamo dicendo di impostare un lavoro di uso di un pezzo di terra secondo logiche ecologiche con l’unico scopo di rendere autosufficiente un certo numero di persone.

Quindi tecniche colturali rispettose dell’ambiente (qui il vademecum di John) adottate per un sistema chiuso con l’obbiettivo specifico di sfamare un gruppo di persone.

Il sistema è chiuso ma può relazionarsi con altri sistemi analoghi. John è molto chiaro in questo. E’ adattabile alle specifiche esigenze di ciascuno anche nel rispetto delle singole diete. La convivenza e la convivialità sono alla sua base.

Come organismo unicellulare potremo paragonarlo a un missomiceto. Protista, organismo vivente eucariota, nè animale, nè pianta o fungo, con un nucleo ben definito e isolato dal resto della cellula vive in gruppi distribuiti a densità costante. Ciascuna unità è libera di muoversi indipendentemente dalle altre: ciascuna assume cibo (i batteri che delizia), ciascuna ciascuna si sposta emettendo estroflessioni di citoplasma utilizzate a mo’ di remi. Ma quando alcune amebe ‘pioniere’ iniziano ad emettere un segnale queste, secondo un affascinante principio di auto-organizzazione, si aggregano in un organismo pluricellulare dando origine al ciclo dei missomiceti che dovete assolutamente approfondire voi stessi.

Se le comunità autosufficienti iniziano ad autorganizzarsi, collaborando per risolvere carenze specifiche siano esse di competenza, conoscenza o semplicemente di disponibilità qualitativa o quantitativa di territorio, proprio come i missomiceti che passano dalle amebe libere alle forme aggregate come la mucillagine o i corpi fruttiferi, daremo corpo a territori nella loro complessità, dando corpo a nuove forme associative o a nuovi sistemi distributivi alternativi alle Mall.

L’autosufficienza come immaginario

Il fondo immaginato da Seymour è sicuramente quello che Marc Augé definisce luogo, uno spazio relazionale identitario storico, cioè uno spazio in cui le relazioni sono sollecitate e ne sono parte integrante, uno spazio dove i soggetti si riconoscono al suo interno.
Un nonluogo ha caratteristiche opposte, riguarda gli spazi di transito, di attraversamento, che sono pensati a prescindere dalla relazione, infatti, non sono identitari cioè non sono spazi in cui ci si riconosce come appartenenti (classici non luoghi sono gli aeroporti, le stazioni, le anonime stanze d’albergo, i mezzi pubblici di trasporto, i centri commerciali).
Nella contemporaneità proliferano questi spazi che sono pensati attorno a dei fini, essi sono come degli incroci di mobilità, dove il rapporto principale si svolge tra il luogo e l’individuo, non tra gli individui all’interno di questo luogo.

Quindi l’immaginario dell’autosufficienza è strutturalmente diverso da quello delle Mall e la sua comunicazione è sostanziata dalla differenza del modello in sè e non dal confezionamento dei prodotti o dal qualche altra diavoleria che il marketing può inventarsi.

Risorse tangibili e intangibili

Nelle lunghe chiacchierate avute negli incontri una volta uscito dall’orto dei famosi pomodori abbiamo affrontato moltissimi temi e ne è venuta fuori un’interessante cassetta degli attrezzi.

Queste le conoscenze e le competenze che le persone stanno utilizzando:

  • Produzioni agricole basate sul rispetto della biodiversità, della conservazione dell’ambiente nelle sue tre componenti di aria, acqua e suolo.
  • Riappropriazione di un’agricoltura in cui l’agricoltore è il protagonista delle sue azioni e non un’operaio di una catena di montaggio.
  • Nuove forme di comunità dai CSA all’integrazione di fragilità sia mentali che fisiche o dovute ai flussi immigratori.
  • Nuove forme distributive dai mercati contadini ai negozi di prossimità passando per la consegna a domicilio con mezzi non a motore.
  • Reintrodurre forme di pianificazione territoriale a partire dai fabbisogni alimentari di quel territorio introducendo il concetto di “foodshed”
  • Il seme come centro della comunità non solo dal punto di vista agronomico. I miscugli o il mantenimento delle varietà locali come motore di una agroecologia forte.
  • Agricoltura anche peri-urbana. I nuovi stili di vita e l’attenzione per un cibo che faccia bene.

Accanto a tutto questo ci sono anche risorse fisiche.

  • Quasi 60 ettari a ortive e cereali
  • Trasformazione e conservazione sia dei cereali che ortive e frutta
  • Piccoli animali da cortile
  • Un punto di ristoro
  • Piccoli punti vendita e un mercato contadino
  • Quasi tre ettari a frutteto
  • Api incluso un laboratorio di trasformazione del miele

Se John Seymour sostiene che con due ettari di buona terra ben drenata si può mantenere una famiglia, diciamo, di sei persone, con la possibilità di vendere quel che avanza, cosa possiamo ottenere con queste risorse sia fisiche che di conoscenza?

Prospettive

Per rispondere in modo costruttivo alla domanda precedente secondo me bisogna indagare su almeno 4 temi che sono stati affrontati nel testo.

a) L’immaginario. Se non riusciamo a sintetizzare quello che vogliamo fare non potremo mai convogliare le energie di altre persone verso il progetto. L’iconografia utilizzata da John Seymour nel rappresentare sistemi autosufficienti è in grado di competere con la Mall? E’ capace di rappresentare anche a sistemi di ordine superiore al singolo missomiceto?

b) Il reale. L’introduzione di un limite quantitativo, le persone da sfamare, è in grado di guidare la progettazione di fondi di dimensione generiche? Ma soprattutto è possibile far interagire i fondi tra loro per compensare eccedenze e mancanze in modo da creare quelle figure complesse che abbiamo visto essere una delle caratteristiche dei missomiceti? La domanda di una rete distributiva potrà essere messa in grado di operare come fenomeno da cui scaturisce l’autorganizzazione? E’ nei fatti una soluzione praticabile?

c) Il sociale. Sarà possibile costruire una modellizzazione in grado di connettere in modo sinergico le forme di organizzazione sociale al modello in essere? Il CSA è sicuramente quello che si presta di più: sembra naturalmente sovrapporsi.

d) Implementazione. Quale percorso operativo è possibile costruire per cui l’implementazione del modello sia una delle componenti che contribuisce all’autopoiesi della comunità che potrebbe adottarlo?

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