Il Mais di Un Orto a Milano

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Fra i nativi americani era tramandata la leggenda delle tre sorelle, legata alla coltivazione di tre piante fondamentali per l’economia di molte tribù il mais dolce, fagiolo rampicante e zucca (o zucchina).

C’erano una volta tre sorelle, così unite da stare sempre insieme e così legate da non pensare di poter sopravvivere l’una lontana dalle altre.
La più piccola delle tre era vestita di verde e strisciava ancora per terra, si sarebbe potuta alzare in piedi solo con un bastone. La seconda era vestita di giallo e le piaceva tanto stare al sole. La terza, la maggiore, più grande e alta sorvegliava le altre due e aveva uno scialle verde pallido sul quale scioglieva i lunghi capelli biondi.

Un’estate arrivò un giovane guerriero, un ragazzo coraggioso, dai passi lievi, che conosceva il linguaggio degli animali della foresta. Le sorelle, affascinate, lo accolsero a vivere con loro. Un mattino si accorsero che era scomparso, come la più piccola delle sorelle. Passò del tempo.
Una mattina, la sorella più grande si accorse che anche la sorella mezzana era svanita e scoprì le impronte lievi dei mocassini del giovane guerriero. La maggiore delle sorelle pianse molto a causa del dolore e suoi splendidi capelli si aggrovigliarono e si sporcarono. Il guerriero sentì il suo pianto, ritornò da lei e la condusse a casa sua perché potesse rivedere le sorelle. Felici di essersi ritrovate rimasero a casa del guerriero, al riparo dal rigore dell’inverno incipiente e ricambiarono l’ospitalità: la sorella più piccola, ormai cresciuta, preparava la cena, la mezzana avrebbe fornito le cene future, dopo essersi asciugata e la più grande avrebbe fornito la farina.

In questa favola è racchiusa tutta la saggezza alimentare di generazione di nativi americani che osservando la natura avevo imparato a coltivare insieme tra differenti piante: il mais dolce, i fagioli e le zucche. Il fagiolo arricchisce il terreno di azoto, il mais fornisce un supporto al fagiolo che a sua volta lo rende più stabile, la zucca limita la crescita di erbe infestanti e l’avvicinamento di animali ghoitte di mais. “A San Felipe de Agua (Messico) la milpa è qualcosa di più di un sistema di coltivazione: è una rete di famiglie, di scambi e di pratiche che esiste da tempi antichissimi.
La Milpa di San felice include sapere tradizionale, gli attrezzi costruiti a mano, il bovino criollo incrociato con lo zebù impiegato per arare il terreno, l’asino, i cani, la produzione casalinga di tortilla, tavoli da cucina, pasti in comune e duro lavoro: è uno stile di vita incentrato sul mais grande esempio non solo di biodiversità ma anche di diversità”.
Come afferma Vandana Shiva (2015 a pagina 32), Chi nutrirà il mondo? Manifesto per il cibo del terzo millennio.

Quello che avete appena letto capeggiava su un cartello divulgativo immerso nella Milpa dalla quale sono solito farmi circondare almeno una volta all’anno quando il Museo Botanico Aurelia Josz   fa la Festa del Mais.

Nell’autunno 2014 è stato creato il Labirinto di Cereali (che comprende anche molte varietà di mais) che ha una superficie di 1970 mq. È una raccolta vivente di varietà originarie, storiche, rare, accostate ad alcune delle più diffuse nell’agricoltura intensiva, che racconta di migrazioni di semi e piante, della storia dell’agricoltura e dell’alimentazione (tema analogo al frutteto), dell’evoluzione conseguente alla selezione operata dall’uomo per necessità operative e produttive in agricoltura, della genetica e delle sue applicazioni. Le attività per la sua realizzazione e manutenzione sono condivise con due classi dell’ I.I.S. Vilfredo Federico Pareto. Alle semine e alla mietitura partecipano studenti delle scuole medie della zona. La struttura del labirinto, antichissima, mitologica, adottata in molti giardini storici e moderni, consente di ”perdersi” e induce alla concentrazione nel gioco di apprendimento. Più le piante sono alte, più si ottiene lo “straniamento”. Il “Gioco del Labirinto”, percorso ludico, iniziatico e di conoscenza, studiato appositamente, approfondisce importanti temi: l’ evoluzione della natura, la selezione effettuata da l’uomo per migliorare la resa delle coltivazioni, le ricerche genetiche, il ciclo della vita della pianta, il seme, tesoro vitale importantissimo, la sua trasformazione per uso alimentare nelle varie culture, la struttura che la natura ha conferito alla pianta con il fine di ottimizzare l’uso e l’ accumulo di energie. I semi sono stati donati dal “Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – CREA” e dalla Banca del Germoplasma, Assessorato all’Agricoltura, Istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria “N. Strampelli” della Provincia di Vicenza. Nel 2014/2015 furono seminate diverse varietà di farro, frumento duro e tenero, orzo, segale, triticale, avena e mais, nel 2015/2016 veccia, trifoglio, rafano, senape, lino, orzo avena, segale, frumenti duri e teneri a cui seguiranno i mais. Particolare attenzione è stata data alle piante che si usano nel sovescio, pratica agronomica che prevede di rivoltare nella terra piante leguminose (o Fabaceae) come veccia e trifoglio, che ospitano fra le radici batteri simbionti capaci di fissare l’azoto atmosferico e Brassicaceae o Cruciferae, come rafano e senape, che attivano la biofumigazione (disinfettano e disinfestano il terreno). Il sovescio viene utilizzato di conseguenza nel sistema di rotazione delle colture per migliorare la fertilità del suolo. Questa pratica era molto diffusa nel medio evo per concimare i terreni ed è molto utilizzata nell’agricoltura biologico.

Come vedete il percorso che ha fatto il Museo Botanico Aurelia Josz,  tratto dal sito del Comune di Milano, è interessantissimo. C’è molto da imparare e visto che una esperienza del genere esiste già a Milano vi invito a rafforzarne la continuità. Anima di tutto questo, se non altro per la sua presenza costante durante gli eventi è Paolo Valoti, dal quale ho appreso tantissime altre interessanti cose di cui vi parlerò sicuramente prossimamente.

#unortoamilano può solo imparare da questo portando i temi qui affrontati in un contesto di produzione agricola.

L’esperienza proposta crea un ponte tra colture diverse. In Europa l’80% della coltivazione di Mais è per nutrire gli animali. In Sud America è esattamente l’opposto. Il mais è tutti i giorni sulle tavole dei suoi abitanti in moltissime forme dalle tortilla alla chicha. Scambiarsi le esperienze a partire dai semi può dare tante opportunità quante ne vedete nei colori dei mais boliviani che Paolo mi ha donato dopo uno dei suoi innumerevoli viaggi ad approfondire come il Mais ha popolato il mondo.

Se volete rimanere aggiornati seguite l’hashtag #unortoamilano

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