Oggi, in Italia ed in Europa, agricoltori e politici si trovano di fronte a delle scelte non più rinviabili riguardo la direzione da imprimere all’attività agricola del proprio territorio. L’agricoltura convenzionale o agro-industriale, nella sua forma globalizzata e indifferente alla storia e all’ecologia del territorio, non è più raccomandabile poiché produce spazi spesso poco abitabili per l’uomo e per gli altri esseri viventi ed alimenti talvolta considerati pericolosi o sospetti per la salute. È per questo che l’alternativa, talvolta radicale, rappresentata dalle pratiche agro-ecologiche (agricoltura contadina, biologica, organica, biodinamica, coltura intercalare, permacultura), coinciderà ancora a lungo con la strada per mettere in atto forme di agricoltura in grado di conciliare qualità dell’ambiente di vita, del territorio e qualità alimentare.
L’agroecologia rappresenta questo paradigma alternativo di sviluppo agricolo: un dialogo tra saperi agricoli tradizionali e scienze agrarie moderne che utilizza concetti e principi ecologici per progettare e gestire agroecosistemi sostenibili nei quali gli input esterni sono sostituiti da processi naturali.


Uno degli aspetti fondamentali dell’agroecologia è il peso dato all’interconnessione tra le risorse naturali, sociali ed umane e un agrosistema non è tale se la sua capacità produttiva non genera stabilità, sostenibilità ed equità.


Le pratiche alimentari hanno sempre avuto un ruolo significativo nel distinguere le identità individuali e collettive e oggi sembrano assumere una valenza più pronunciata che in passato. La maggior parte delle occasioni di costruzione e conferma delle relazioni di un gruppo sono accompagnate dal consumo comune del cibo, che sancisce in modo profondo l’appartenenza a una cultura materiale e comunitaria. Il pranzo di lavoro, il buffet di un convegno, la cena tra amici, il pranzo di famiglia sono pratiche rituali che contribuiscono alla strutturazione di significati sociali e si configurano come un elemento costitutivo della costruzione di sé.


In questa prospettiva, il consumo alimentare assume una rilevanza non meramente economica, ma anche e soprattutto sociale, perché consente la “scoperta”, la “riscoperta” e il mantenimento delle tipicità e del gusto che identificano i luoghi e le comunità locali. I modi di produzione, di distribuzione e di consumo di questo particolare aspetto della cultura materiale diventano dunque elementi che possono contraddistinguere una società alla pari di altri elementi simbolici, come ad esempio il linguaggio.
La “comunità del cibo” è composita ed articolata. Da una parte, quindi stanno i produttori, i modelli di agricoltura e dall’altra parte i consumatori. È quindi necessario cercare di connettere queste realtà.

Spesso le aree in cui è necessario intervenire con progettualità di questo tipo, tutte le componenti che abbiamo richiamato sono presenti ma sconnesse tra loro. L’introduzione di un modello agroecologico crediamo possa consentire di creare uno scenario di riferimento che permetta l’indirizzo del loro sviluppo dando origine alla creazione di nuovo lavoro.

In entrambi i poli sono presenti le Acli, in Lomellina con una APS nel Circolo di Dorno e nel tortonese sono rappresentate dagli Orti Sociali. Le due strutture hanno attività sociali già avviate nel sostegno dei rifugiati, a Dorno con il Mulino Suardi, e nel sostegno dei giovani con problemi negli Orti Sociali nel vigevanese. Entrambe le strutture oltre a dar da mangiare alle proprie comunità, organizzano eventi aperti all’esterno, circa 800 persone consumano pasti a Dorno e 2400 a Tortona. In termini produttivi il polo tortonese ha a disposizione, cedute dal Vescovo, 4 ettari coltivati ad ortive. Il polo in Lomellina avrà a disposizione circa 5 ettari derivanti dalla concessione sia della Curia che del Comune che dei privati. Fuori da queste aree le ACLI possiedono un ettaro di bosco. Sia a Dorno che a Voghera esistono con livelli diversi di organizzazione due punti vendita che si occupano di distribuire a gas e a consumatori privati. Le strutture di somministrazione sono dotate di cucina e a Voghera si occupano già di trasformare la produzione orticola in conserve e quant’altro.
Quindi l’area ha già tutte le componenti sociali, ACLI come tessuto di sfondo con particolare attenzione al supporto delle fragilità, la Curia disponibile ad accompagnare questi processi mettendo a disposizione le proprie risorse, i Comuni sensibili a questi temi. Sono comunità abituate ad aprirsi all’esterno tramite eventi. L’agricoltura è già avviata nel vigevanese dove sono presenti anche competenze agricole di produzione biologica. I consumatori possono già accedere a queste realtà grazie ai punti vendita presenti.


Vorremmo che il modello già sviluppato nell’Oltrepò, dove l’agricoltura ha già strutturato l’esperienza, venisse implementato anche nella Lomellina e che i due poli insieme soddisfacessero in modo completo la domanda di cibo che emerge già dalle loro attività. Ci proponiamo di osservare come, smettendo di ragionare come singola unità e divenendo parte di una rete, l’attività agricola possa tornare ad assumere caratteristiche multifunzionali integrando aspetti ulteriori rispetto alla sola produzione alimentare, assumendo un ruolo di presidio del territorio, di produzione di esternalità positive, di beni e servizi legati alla conservazione dell’ambiente e del paesaggio, all’inclusione, all’offerta di servizi sociali e collettivi, contribuendo infine allo stesso sviluppo sostenibile del territorio.
Le comunità di riferimento si sono date come obbiettivo la generazione di due posti di lavoro. L’introduzione di un modello economico come rappresentazione di tutte le risorse disponibili e delle azioni da compiere permetterà di preventivare e consuntivare le disponibilità che l’ecosistema genera al fine che il risultato proposto sia raggiunto.

In linea con gli obiettivi del bando, che vede interessare due aspetti: da una parte il sostegno a pratiche sostenibili in ottica agroecologica, che eviti lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, dall’altra una volontà di creare delle vere opportunità di inserimento lavorativo per categorie svantaggiate, la strategia di intervento e le azioni che intendiamo mettere in atto mirano a creare una sorta di “Areale del Cibo” che possa connettere, incorporare e rendere protagonisti attivi del cambiamento una serie di soggetti operanti sul territorio pavese.
L’intento è di procedere proprio con la creazione di un sistema di relazioni, la costruzione di una vera e propria filiera produttiva in cui i suoi componenti vengono legati tra di loro da un reciproco scambio di risorse, materiali e conoscenze, che generi un processo virtuoso sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Le connessioni, che si vengono a formare tra i vari nodi della rete si basano su un legame di interdipendenza che autoregolano il sistema stesso, e creano un senso di responsabilità condivisa lungo tutta la filiera, oltre che rafforzare il legame con il territorio e la comunità locale.


La fase progettuale si focalizza principalmente su tre grandi aspetti:

  • Analisi dei flussi di materia ed ottimizzazione dei processi input ed output dei sistemi produttivi: questa fase si basa sulla risoluzione puntuale delle problematiche legate al processo di produzione dei singoli attori della rete,
  • La creazione di relazioni ed interconnessioni tra le realtà esistenti basate sulla valorizzazione degli scarti e la condivisione di competenze.
  • La connessione della rete con il territorio e la comunità, in modo da delineare la potenzialità del territorio di riferimento.

Utilizzando una dieta come elemento di calcolo dei fabbisogni possiamo dedurre quanta domanda dobbiamo soddisfare internamente. Tenendo conto che a Voghera esiste anche un negozio di prossimità, rilevando i volumi di vendita di questo, potremo conoscere il fabbisogno complessivo che l’ecosistema allo stato attuale deve soddisfare.
Chiaramente lo squilibrio tra la domanda e l’offerta dell’ambito territoriale di riferimento è il driver che guida le scelte e la soluzione dovrà essere trovata tra quelle che riescano a garantire gli obiettivi del progetto stesso. Gli attori da considerare sono dunque oltre ai consumatori quelle realtà territoriali che sono in grado di fornire risorse utili alla produzione di cibo e tutti gli elementi distributivi che sono in grado di connettere quanto prodotto con quanto è possibile consumare. Gli elementi agronomici tesi a costituire un sistema agroecologico diventano quindi strumenti utili a quantificare la fattibilità del progetto stesso.


Nella sostanza partendo dai consumi che una filiera territoriale è in grado di soddisfare si può determinare quali sono le disponibilità di prodotto che devono essere ottenute. Da questa domanda, utilizzando le filiere produttive, è possibile passare ai fabbisogni territoriali necessari. Avendo chiaro lo schema, laddove esiste uno squilibrio, è possibile scegliere quali siano le azioni necessarie a risolvere la singola criticità. Il coinvolgimento di tutti attori territoriali è fondamentale alla riuscita dello stesso. Fondamentale dunque è descrivere la situazione iniziale che dovrà evidenziare le strutture produttive e distributive esistenti e creare un piano agronomico tale da connettere la domanda con l’offerta. L’obbiettivo del sistema è risolvere tutte le criticità che tale schema evidenzierà. È evidente che una conversione agroecologica, sia degli aspetti produttivi, ambientali che sociali, deve essere considerata come prerequisito del sistema stesso.
Partendo dall’ipotesi di soddisfare la domanda interna generata dal consumo di pasti e dal consumo del negozio si propone di introdurre una produzione di cereali e le relative filiere di trasformazione per ottenere pasta, pane, gallette, farina. Gli alveari per la produzione di miele. I pollami, con un occhio particolare alle oche per reintrodurre un prodotto territoriale (salame d’oca) dovrebbe colmare parte del fabbisogno per una dieta equilibrata.
Tenendo presente che le strutture della ristorazione sono abilitate alla trasformazione di alcuni prodotti sarà possibile produrre conserve, marmellate e prodotti da forno. Allo stato attuale non sembrano esserci le condizioni per introdurre una filiera lattiero casearia. Questo squilibrio genera la necessità di integrare altri attori dell’area per consumare i prati generati dalla rotazione biologica, per ottenere letame da concime e prodotti da consumare durante gli eventi come formaggio e carne rossa.
Il piano agronomico necessario a connettere la domanda all’offerta prevede la conversione a biologico delle terre ancora non coltivate per soddisfare la domanda di cereali per il consumo umano e di mangime per il pollame. Le terre coltivate sono già biologiche e dedicate alla produzione di ortive. Vista la distanza tra i due poli non ci sembra il caso di spostare le competenze e le produzioni.

Provincia di Pavia - Disponibilità Ortaggi
Disponibilità Ortaggi – Provincia di Pavia


Dal punto di vista delle conoscenze, trattandosi di realtà operative dove l’inserimento di soggetti svantaggiati è una componente importante sia come dato numerico, sia come elemento sociale, particolare cura sarà rivolta agli aspetti formativi, predisponendo ed accompagnando il lavoro pratico con attività di studio teorico. Ciò favorirà da una parte la preparazione dei soggetti da accompagnare nel processo di inserimento lavorativo, ma nello stesso tempo potrà sviluppare nelle diverse realtà la presenza di personale in grado di trasmettere in futuro le competenze acquisite (trasferimento di conoscenza).
Un altro elemento di criticità presente nei sistemi agricoli soggetti a conversione è la mancanza o scarsa presenza di elementi biotici (ripristino di siepi e filari ed alberi da frutto) che favoriscano habitat favorevoli a un gran numero di specie vegetali e animali, interessanti per la conservazione della biodiversità.
L’attenzione non è quindi più centrata sulle tecniche e sulle tecnologie che consentono di superare i limiti posti dalla natura, ma sulla contestualizzazione delle stesse al fine di esaltare il rapporto di co-produzione in relazione alla disponibilità di risorse e alle diverse modalità di utilizzo.
Gli obiettivi prioritari da perseguire sono: compensare l’artificializzazione connessa agli usi agricoli, riqualificare l’assetto paesaggistico ed ecologico del territorio rurale, riqualificare gli assetti ambientali altamente impoveriti attraverso il mantenimento, il miglioramento e la ricostituzione degli habitat naturali e semi-naturali propri dell’agro-ecosistema, contrastando l’impoverimento della diversità biologica.

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